venerdì 22 marzo 2013

Perché salvo i giornalisti

Mi sembra di capire che nel mondo ideale del Grillismo, su Gaia per capirci, nel 2050, i giornalisti “spala-merda”, come li ha definiti il comunicatore Messora in silenzio stampa, non esisteranno più, nel senso letterale che i giornalisti proprio non ci saranno più ma vivremo tutti in un universo orizzontale di informazione, dove tutti saranno blogger, fonti certificate e autorizzate di notizie, abilitati alla censura di quelle “false” grazie ad un meccanismo virtuoso che si autoemenda un po’ come su wikipedia. Peccato che su wikipedia, nonostate i suoi indubbi meriti si trovino un sacco di stronzate. 
La domanda, per chi fa il giornalista, è come se ne esce senza rischiare di passare per quelli che difendono l’ennesima casta, quando si vorrebbe solo difendere una professione piuttosto utile in una democrazia. I grillini hanno ragione nel dire che in giro ci sono un sacco di giornalisti che non fanno bene il loro mestiere, incapaci o asserviti a qualche padrone. Lo diceva anche Berlusconi, parlando di Santoro, ma forse aveva meno ragione. Certamente la categoria dovrebbe prendere più sul serio i codici deontologici e le regole base di una professione terremotata  dallo sviluppo del web e dalla crisi degli editori. Ma questo vuol dire più professione, non meno. Sarebbe come dire che siccome ci sono un sacco di ciarlatani in giro, non si va più dal medico ma ci si affida alle conoscenze condivise dalla rete. Col cavolo. Io continuo a preferire un mondo dove ci sono in giro anche tanti cattivi giornalisti, in mezzo a quelli bravi che frugano negli armadi di vecchi e nuovi potenti, piuttosto che un mondo senza giornalisti
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Pubblicato su Metro il 21 marzo 2013

mercoledì 7 novembre 2012

La lezione di Toro Seduto


L'irriducibile capo indiano Toro Seduto, prima di essere ucciso a sangue freddo durante l’ennesimo arresto, si concesse una pausa di mondanità  nel Wild West Show di Buffalo Bill. La vera attrazione era lui, temutissimo guerriero accessibile nell’habitat addomesticato del circo.  Richiamava folle gigantesche e guadagnava bei soldi. La maggior parte li regalava ai bambini bianchi, stracciati e poveri, che lo inseguivano. «Non capisco come gli uomini bianchi possano essere così incuranti dei loro poveri - diceva - gli uomini bianchi sanno fare tutte le cose, ma poi non sanno distribuirle».
 
Poco è cambiato da allora, 1885: percorrendo le immense periferie americane o le praterie più remote, lontano dai mall delle grandi città, è più facile imbattersi in scene di povertà che di ricchezza e consumismo. Concentrando lo sguardo sulle ombre dell'american way of life, sfibrato dalla crisi, la domanda di Sitting Bull sta ancora tutta lì. Tra un Obama tacciato di socialismo perchè vuole mantenere la spesa sociale, ma non troppo, e un Mitt Romney che serenamente dice che del 47% di poveri non gliene frega nulla. In mezzo ci sono 45 milioni di americani che ufficialmente vivono sotto la soglia di povertà, il 15% della popolazione, che mangiano grazie a buoni pasto statali, (che Romney vuole togliere), che non hanno accesso all’assistenza sanitaria e ad un’istruzione decente. Molti obesi e malati grazie al consumismo cheap che rende disponibile solo cibo spazzatura. 
Una popolazione pari a quella della Spagna, invisibile anche nell’urna elettorale, perché non vota. A cui noi europei dovremmo invece guardare bene, mentre il diktat del pareggio di bilancio allontana il modello europeo di welfare e indica la strada dello stato leggero, sempre più leggero. All’americana.
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Pubblicato su Metro il 5 novembre 2012

sabato 25 ottobre 2008

El Saadawi: “Le donne sono temute dalle religioni”

La criniera bianca intorno al bel volto da ragazza 77enne senza un filo di trucco, Nawal El Saadawi sorride spesso. Col suo sorriso e con le sue idee radicali da sempre sfida tutto e tutti. Nata in un villaggio egiziano, è stata una delle prime donne medico del suo Paese, poi sessuologa, femminista, scrittrice, dissidente, attivista contro le mutilazioni genitali femminili, che ha subìto da bambina, imprigionata da Sadat per le sue idee, minacciata di morte dai fondamentalisti.
E nel frattempo, tre mariti e due figli. A maggio tornerà in Egitto dopo un esilio negli Stati Uniti in seguito ad un processo per apostasia, che ora ha vinto.
 Nel 2005 ha sfidato il presidente egiziano Mubarak, ma la sua candidatura non è stata ammessa: “In Egitto c’è un regime molto oppressivo, Mubarak è peggio di Sadat, non c’è vera democrazia, l’opposizione è un simulacro, i media sono controllati, e tutto questo con l’avallo degli Usa e purtroppo anche dell’Europa. L’Egitto è una colonia americana, dove tutti i fondamentalismi sono risorti. Si parla molto di quello islamico, ma c’è anche quello cristiano. E la responsabilità è americana. Come in altre parti del mondo gli Usa nel passato hanno favorito il fondamentalismo in funzione anticomunista”.

Islam e democrazia sono compatibili?
Nessuna religione è compatibile con la democrazia perché le religioni sono di per sé autoritarie. Ma ora se ne parla molto perché servono alla politica.

Lei da sempre combatte per l’emancipazione delle donne. Ma in Europa tante ragazze “emancipate”, anche universitarie, figlie di immigrati rivendicano il diritto di portare il velo contro il parere delle loro stesse madri.
 Queste ragazze avvertono un’ostilità dell’Occidente e scelgono il velo come meccanismo di difesa identitaria, ma è una falsa identità. Il velo non ha a che vedere con l’islam: lo mettono le ebree, le cristiane e le musulmane, ma non lo prescrive nessun libro sacro, è solo uno strumento di oppressione del patriarcato in cui tuttora viviamo. Serve a nascondere il cervello delle donne di cui gli uomini hanno molto paura.

Bisognerebbe proibirlo?
No, per superare questi problemi la strada è la giustizia sociale, garantire a europei e stranieri, donne e uomini, gli stessi diritti.

So che lei critica la presunta emancipazione delle donne occidentali.
Il make up, l’ossessione per il corpo è il velo postmoderno delle donne occidentali. La loro libertà è libertà di essere oggetti sessuali. Una libertà senza coscienza: tra le allieve dei miei corsi negli Usa, più di un terzo ha abortito quando era teenager. Questa non è libertà.Negli Usa mi chiedono perché non ricorro alla chirurgia plastica, ma la mia identità non è data dal mio corpo, ma dal mio cervello, da quello che faccio e che scrivo.

Come vede il futuro?
Nel mondo c’è molta ingiustizia, la ricchezza è nelle mani del 2% della popolazione mondiale. Ma la crisi dei mercati di questi giorni segna un punto di svolta, che ha portato persino gli Usa a prendere provvedimenti “socialisti” per salvare l’economia, è il segnale di un collasso di un sistema.

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Pubblicato su Metro il 25 ottobre 2008