lunedì 5 ottobre 2015

Perché tirare a sorte è un sistema più democratico delle elezioni

David Van Reybrouck
Se fate parte di quel quarto di elettori (il 50% se siete greci)  che ha detto addio allo stanco rituale del voto, forse siete pronti a non scandalizzarvi e saltare sulla sedia all’affermazione di David Van Reybrouck che, dopotutto, votare non è poi così democratico e che anzi, la democrazia ci guadagnerebbe se ne facessimo a meno. Van Reybrouck non è un matto né un fascista, ma un giovane intellettuale belga progressista di vastissimi interessi, dall’archeologia alla filosofia politica, alla storia, che batte territori impervi. Lo ha fatto raccontandoci la storia del Congo in uno stile à la Kapuscinski (ha vinto il premio omonimo nel 2014) in una mastodontica e documentatissima monografia-reportage su uno dei luoghi più disgraziati del pianeta e ferita aperta per un belga democratico gravato dal peso di una delle colonizzazioni più feroci della storia. E’ quello che fa in Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico appena pubblicato da Feltrinelli, nel quale traduce le aride dissertazioni sui sistemi elettorali in un appassionato pamphlet. Una lettura balsamica tra una rissa e l’altra su Italicum e comma 5 dell’articolo 2 sull’eleggibilità dei senatori.

Van Reybrouck parte dalla constatazione che le democrazie non stanno tanto bene: lo sappiamo noi e lo sa bene lui che ha vissuto la paradossale vicenda del Belgio, rimasto un anno e mezzo senza governo tra 2007 e 2008 perché i partiti non riuscivano a mettersi d’accordo. Per inciso in quel periodo il pil del Belgio fece un balzo all’insù. L’Occidente, dice,  soffre della “sindrome della stanchezza democratica“ che si traduce nella sostanziale inefficienza del sistema, dominato da partiti paralizzati nella loro azione politica da una febbre elettorale cronica,  alimentata in modo esponenziale dai Media, soprattutto le tivù  e dalla paura di perdere voti, che allunga all’infinito i processi deliberativi. La gente quindi si scoccia, non vota più, i partiti perdono iscritti e il risultato è una drammatica crisi di efficienza e insieme di legittimità della democrazia, minacciata da nuovi populismi o esautorata dai tecnocrati (Van Reibrouck inserisce tra i primi Grillo e tra i secondi Monti).

Come uscirne? Cambiando il punto di vista: il problema non è la democrazia in sé, (vale ancora la massima di Churchill: è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre sperimentate).  Secondo Van Reybrouck la chiave sta nello scardinare “il fondamentalismo elettorale”, ossia la convinzione che democrazia e elezioni siano sinonimi. Non è così, ma soprattutto non è sempre stato così. Dalla democrazia ateniese ai comuni rinascimentali fino alla repubblica di Venezia il metodo elettorale più diffuso è stato il sorteggio, che è sopravvissuto ai giorni nostri solo nella formazione delle giurie popolari. Ma se va bene per giudicare della libertà di un uomo perché non dovrebbe andare bene anche per altri tipi di deliberazione?
Van Reybrouck sostiene senza mezzi termini che è il sorteggio ad essere davvero democratico, perché garantisce la partecipazione effettiva di tutti i cittadini, mentre le elezioni concepite e sviluppate dalle rivoluzioni Americana e Francese in poi sono state utilizzate in realtà “come una procedura che consentiva l’accesso al potere ad una nuova aristocrazia non ereditaria elettiva “, per quanto ampia e progressivamente allargata, che ha mantenuto la distanza tra governanti e governati. “La partecipazione al voto è diventata il montacarichi che porta in alto qualche individuo”. La famosa casta.

Per un po’ il sistema ha comunque funzionato abbastanza bene ed è stato un motore di sviluppo sociale, ma ora non più: “Le elezioni sono il combustibile fossile della politica: un tempo erano in grado di stimolare la democrazia, ma ora provocano problemi giganteschi”. L’idea che certe cose i partiti non riescano più a farle bene e i cittadini le farebbero meglio, più attenti all’interesse generale, che a quello elettorale è  in effetti un pensiero seducente sul quale da decenni si esercitano schiere di filosofi  della politica (Habermas, Rawls, Fishkin, Manin, Sintomer, in Italia tra gli altri Luigi Bobbio). Nel libro si citano sperimentazioni abbastanza note, come i casi dell’Islanda e dell’Irlanda che hanno affiancato a politici eletti  un’ampia platea di cittadini sorteggiati per fare in tempi abbastanza rapidi una cosa complicata come la riforma costituzionale. L’obiezione che gente presa a caso non sarebbe competente cozza con l’evidenza dei politici incompetenti che affollano i nostri Parlamenti e che nei migliori dei casi si affidano a consulenti ed esperti, cosa che possono fare, e nei casi citati hanno fatto con molto impegno, anche i cittadini sorteggiati. 

I cittadini sorteggiati per la cosituente islandese
Ma l’applicabilità del sistema del sorteggio su larga scala è una prateria ancora aperta al dibattito degli specialisti. L’autore propone di tentare con sistemi misti, elettivi e a sorteggio,  iniziando ad affiancare assemblee di cittadini sorteggiati nelle deliberazioni delle amministrazioni locali. In Italia è già successo a Capannori in Toscana, dove un’assemblea sorteggiata ha contribuito a indirizzare una parte del bilancio. Secondo Van Reybrouck  il tempo stringe: l’Europa dovrebbe farsi promotrice di questi processi per non morire di inedia elettorale. Importante è provare a cambiare paradigma e uscire dai dogmi, senza temere le novità: “Del resto, anche quando Stuart Mill propose il voto alle donne lo presero per pazzo”.

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Pubblicato su Cultweek il 26 settembre 2015

venerdì 4 settembre 2015

Profughi buoni e cattivi

L'immagine postata da Banksy
La politica è una cosa sporca e il meglio e nemico del bene. Fatte queste premesse di cultura generale trovo quasi insopportabile che Cameron siccome il Guardian gli ha sparato la foto del piccolo siriano  Aylan morto sulla spiaggia allora, dopo probabile consultazione dei sondaggi, abbia repentinamente ammorbidito la linea sui profughi, solo i siriani però. Così come trovo altrettanto insopportabile che la Merkel (quella che aveva fatto piangere la bambina siriana in diretta tivù dicendo che non c'era posto per tutti) ora meritoriamente abbia cambiato linea, ma distinguendo tra profughi buoni e cattivi, anzi peggio, distinguendo su basi etniche: i siriani sì ma gli altri, tipo gli eritrei (quelli sì che fanno una bella vita) o i somali, o i nigeriani che scappano da Boko Haram, no. Queste distinzioni sono la morte civile dei diritti umani. I profughi o sono profughi o non lo sono e a me francamente questi distinguo sembrano più pericolosi, sul piano simbolico e sostanziale, della questione dei migranti "marchiati" col pennarello, una rozzezza lugubre, ma di superficie. Quello che sta accadendo non è una cosa piacevole e desiderabile per nessuno, né per chi fugge, né per noi, perché certo non potrà non avere effetti sulla nostra finora discreta vita. Ma è come una gigantesca frana. Forse ai primi segnali avremmo potuto evitarla, ora non più, è diventata un'enorme catastrofe naturale e non resta che seppellire i morti, curare i feriti e dare un tetto agli sfollati. Dopo di che, almeno salviamo e accogliamo i siriani, ma in fretta però, perché la frana continua a muoversi.


mercoledì 2 settembre 2015

L'incredibile storia della Tata fotografa



Bisogna inerpicarsi lungo strade tortuose nel cuore della Sardegna per raggiungere il Man, il Museo di arte contemporanea di Nuoro. Città cresciuta male in epoca fascista come avamposto di caserme e tribunali nella terra del banditismo, dal 1999 ospita un museo importante (gestito fino al 2012 da Cristiana Collu, uno dei 20 direttori-manager appena promossi da Franceschini) che ha scommesso molto e vissuto pericolosamente, legato alla sorte della Provincia, in asfissia da rottamazione. Ma è proprio questo luogo così eccentrico geograficamente, ora diretto da Lorenzo Giusti, che si è aggiudicato, tra una personale di Giacometti e una prossima su Paul Klee, la prima mostra italiana di un’eccentrica per definizione, ormai oggetto di un culto planetario santificato nei principali musei americani e europei: Vivian Maier, volgarmente nota come la tata fotografa, la bambinaia americana che solo dopo la morte, grazie al ritrovamento di più di centocinquantamila rullini, molti mai sviluppati, si è scoperto essere un genio della street photography.

Sospendendo il giudizio sul personaggio e limitandosi a guardare le 120 immagini, alcune inedite, dell’allestimento del Man, molti scatti rubati di persone nelle New York e Chicago degli anni ’50 e ‘60, i ritratti di bambini,  gli scatti dei quartieri degradati, oltre a provini e filmati, la grandezza di tata Vivian è indiscutibile: colpiscono il pudore e insieme la verità dello sguardo della Maier capaci di restituire un’istantanea spietata della società americana, immortalata a partire dalla strada, dove prima o poi passano  tutti, poveracci e borghesi, star di Hollywood e delinquenti, con un’attenzione particolare per i margini, dove l’american dream si infrange. Discorso a parte i bellissimi autoritratti, ai quali la Maier si è dedicata compulsivamente per tutta la vita, in cui si mostra sfuggente, quasi assente, ossessivo punto focale nel contesto ricercato dell’inquadratura. La Vivian reale la troviamo forse in due foto scattate da altri, visibili nel bel catalogo, così leggiadra e sorridente da farci vagheggiare di amori e vita sociale.

Ma inutile scantonare: la fascinazione  della Maier sta anche nel suo mistero. Amplificato dalla vicenda disneyana raccontata nel documentario Finding Vivian Maier, candidato all’Oscar nel 2015, visibile al Man,  che parte dal ritrovamento casuale dei famosi rullini acquistati ad un’asta per 400 dollari (oggi ogni foto vale dai 2000 dollari in su) dal giovane nerd immobiliarista John Maloof, il quale si mette sulle tracce dell’autore, che si rivela una bambinaia zitella morta povera nel 2009 a 83 anni, che mai – questo l’enigma più grande – ha cercato di divulgare le sue opere. Di lei alla fine si sa solo quello che le famiglie per cui ha lavorato raccontano, quasi nulla: una persona stramba e riservatissima, mezza francese per parte di madre, vestita come “un’operaia comunista”, che si portava sempre dietro quei misteriosi scatoloni e appena poteva usciva con la sua Rolleiflex.  Anche una però che nelle pause dei suoi lavori nelle case borghesi ha viaggiato per tutto il mondo: Europa, Sudamerica, Filippine, Vietnam, Thailandia, Giappone, Egitto, Yemen. E sarà interessante quando il fortunato e intelligente Maloof, ormai principale collezionista della Maier,  ci farà conoscere anche i suoi reportage dal mondo.
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 Pubblicato su Cultweek   il 2 settembre 2015 





venerdì 31 luglio 2015

Expo packaging


Padiglione dell'Ungheria a sinistra
e della Gran Bretagna a destra
Nessuna pretesa di capire cosa è Expo dopo averci passato mezza giornata. Prima impressione superati i tornelli e assordata dai din don degli altoparlanti che promuovono eventi " straordinari" tipo l'esibizione di bici acrobatica: sembra una grande fiera della birra. Raggiunto il decumano sensazione di dispersione assoluta: dove vado? Un po' qua un po là. So che il quid, gli eventi tematici e i vertici internazionali ad alto livello, avvengono all'insaputa del grande pubblico che vaga allo stato brado da un padiglione all'altro, alla ricerca di un filo logico che per lo più resta nascosto o si manifesta sotto forma di assaggini e di un modesto consumismo di souvenir. Più che l'Expo del cibo, però, sembra l'expo del packaging di dimensioni colossali, la fiera del contenitore di eccellenza,  a scapito dei contenuti. Padiglioni belli, a volte bellissimi e sfarzosi, varcati la soglia dei quali si perde di vista la ragione di soffermarsi per più di pochi minuti per poi passare oltre. Un'idea balzana e demodè come la vecchia Fiera Campionaria della nostra infanzia dove si andava con la famiglia a vedere persino gli stand dei trattori e dei montacarichi, ma che oggi sarebbe da matti riproporre. Per puro gusto personale e avendo visto solo un decimo dei padiglioni, segnalo quello dell'Angola davvero vintage nello stile architettonico ma militante nel contenuto: un inno alle donne angolane nell'edificazione della nazione. A forza si cerca di cacciarci dentro anche il tema del cibo, ma non importa: è bello vedere queste signore toste parlare di come si può cambiare un Paese.

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Cluster zone aride



Il Padiglione dell'Angola
Nel micro stand della Corea del Nord



La misteriosa esposizione di lingerie
nel padiglione della Francia