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mercoledì 2 agosto 2017

Per capire come si fa un giornale rileggiamoci Antonio Gramsci

«Come potrebbe essere ritenuto capace di amministrare il potere di Stato un partito che non ha o non sa scegliere (il che è lo stesso) gli elementi per amministrare bene un giornale o una rivista?». Ogni riferimento a fatti reali non è casuale se a farsi questa domanda è Antonio Gramsci e noi la leggiamo nei giorni in cui il quotidiano da lui fondato e diretto nel 1924, l’Unità, è scomparso dai radar a tempo indeterminato. 80 anni dopo la sua morte, in piena crisi della stampa e di un mestiere senza più smalto, vale la pena andarsi a rileggere come si dovrebbero fare i giornali secondo Gramsci, che si autodefiniva prima di ogni altra cosa pubblicista,  scritto nero su bianco nel verbale d’arresto. Ci aiuta la raccolta appena pubblicata con micidiale tempismo “Antonio Gramsci. Il giornalismo, il giornalista”(a cura di Gian Luca Corradi, editore Tessere) che accanto ad una selezione di articoli di cultura e costume scritti per varie testate, raccoglie lettere e riflessioni su come mettere in campo un’impresa editoriale, osservazioni minute sulla titolazione (“atteggiamento demagogico-commerciale quando si vuole sfruttare le tendenze più basse” o "educativo-didattico”), gli elementi grafici per attrarre i lettori, le rubriche (indispensabile “una rubrica permanente sulle correnti scientifiche”), i supplementi. Un manuale anche su come si forma il giornalista, preferibilmente attraverso vere e proprie scuole. «Il principio che il giornalismo debba essere insegnato e che non sia razionale lasciare che il giornalista si formi da sé, casualmente attraverso la praticaccia è vitale» dice decisamente in anticipo sui tempi. Lettore onnivoro -nella sua mazzetta in carcere anche il Corriere dei Piccoli - Gramsci ha un giudizio critico sui giornali italiani, provinciali e pieni di difetti - il più grave, «il parlare di antecedenti che non sono stati dati, come se il lettore dovesse conoscerli» suona particolarmente familiare - e una consapevolezza radicale dei rischi del mestiere: «Io non sono mai stato un giornalista professionista che vende la sua penna a chi gliela paga meglio e deve continuamente mentire, perché la menzogna entra nella qualifica professionale. Sono stato giornalista liberissimo». 


Antonio Gramsci, “Il giornalismo, il giornalista. Scritti, articoli, lettere del fondatore de ‘l’Unità’”, a cura di Gian Luca Corradi, introduzione di Luciano Canfora e postfazione di Giorgio Frasca Polara, edito da Tessere, Firenze

 ©Riproduzione riservata

Pubblicato su pagina99 il 30 giugno 2018

martedì 30 giugno 2015

La cattiva strada di Sofia Gubajdulina

Sofia Gubajdulina al Museo del Novecento
Quando ho incontrato Sofia Gubajdulina nell’89 nel suo minuscolo  appartamento in un palazzo dell’Unione Compositori alla periferia di Mosca, usciva da anni difficili, in cui era stata “indesiderata”, come diceva lei, isolata dall’establishment culturale sovietico  per la radicalità della sua musica, intrisa di religiosità, giudicata “irresponsabile”.
Con la Perestroika le si erano spalancate molte porte e guardava fiduciosa al futuro dell’Urss e della sua carriera. Ventisei anni dopo, in un mondo distante anni luce, di passaggio  a Milano per un evento organizzato da Divertimento Ensemble, che ha eseguito al Museo del Novecento i suoi De profundis (1978) e Dieci preludi (1974), questa ragazza tartara di 84 anni guarda al futuro con lo stesso sguardo fiducioso. Come vede la Russia di oggi? «Come un malato, che però sta andando verso la guarigione, vedo molti segnali incoraggianti, molta vivacità». 
Indiscussa star della musica contemporanea, Gubajdulina ha mantenuto dritta la barra della sua ricerca musicale refrattaria alle mode e ad ogni ortodossia, capace di tenere insieme gli strumenti della tradizione russa come il bayan e le strutture numerologiche della serie di Fibonacci e della sezione aurea. 
Mai a nessuno è venuto in mente di considerarla quota rosa: Gubajdulina è musicista senza declinazioni, circondata dall’aura dell’artista libera e indomabile, che si è fatta le ossa nei tempi bui della censura sovietica vivendo di colonne sonore e componendo per sé, accanto a compagni di strada e di sventura come Denisov e Schnittke, per poi diventare una dei compositori più celebrati nel mondo.
La passeggiata
Di solito schiva, si è lasciata andare anche a ricordi personali  chiacchierando allo spazio Fazioli con il compositore Gabriele Manca. Dal ’92 vive sola nella campagna vicina ad Amburgo: «Sarebbe molto difficile per me scrivere in una città. Camminare in un bosco mi è necessario per pensare la musica, per lasciare spazio all’intuizione». 
Sofia Gubajdulina all'incontro con il compositore
Gabriele Manca allo spazio Fazioli

La natura è centrale anche in un episodio cruciale della sua vita, quando durante una passeggiata, alla fine degli anni ’60, il compositore estone Arvo Pärt, in crisi creativa le chiese quale fosse il senso del comporre: «Gli risposi che il compositore deve alzarsi alle 6 del mattino, invece di mettersi subito a tavolino deve andare a passeggio nel bosco, camminare a lungo, quindi tornare, senza dimenticarsi di andare a prendere il pane. Dopo questo dialogo Pärt è andato a vivere in campagna, per 8 anni non ha più scritto ma poi ha ricominciato componendo una musica  nuova». Insomma concretezza e pragmatismo per ripartire da quello che lei chiama la sostanza del suono.
L’arte salverà il mondo
Sul ruolo dell’arte e della musica Gubajdulina, al contrario di tanti suoi colleghi più smarriti, non ha timidezze né  incertezze: «Perché scriviamo musica? Per salvare il mondo. L’umanità vive una situazione molto drammatica. Il progresso, la tecnologia, mettono l’intelletto al di sopra l’inconscio, lo spirito si è impoverito, soffocato dalla tecnica. Solo l’arte può ridare la forza allo spirito». 
Per lei ogni opera ripristina l’integrità perduta della vita,  il legato appunto, nel senso di re-ligio, unire e legare il molteplice in un’unità.  Tutta la musica quindi è religiosa, anche se non in un senso strettamente confessionale: «Per me non esiste altra giustificazione alla creatività».
La croce

Una visione che ha una traduzione immediata nella partitura:  «Tutte le mie composizioni sono variazioni sul simbolo della croce: ci sono sempre due elementi contrapposti  che poi ritrovano un punto di sintesi, una catarsi, nell’intersezione». Una predilezione per i contrasti  che si ritrova anche in molti suoi titoli – Vivente – non vivente, Rumore e silenzio, Hell und dunkel (Chiaro e scuro), Stimmen…Verstummen (Voci …ammutolite), Pro et Contra – e che continua a ispirare questa artista irriducibile, a cui Šostakovič augurò di continuare sulla sua “cattiva strada”: «Anche il brano che sto scrivendo ora per la Staatskappelle di Dresda celebra un’opposizione e si intitola Dell’amore e dell’odio.

©Riproduzione riservata

Pubblicato su Cultweek il 30 giugno 2015



L'articolo sull'Unità seguito al mio incontro a Mosca con Sofia Gubajdulina nell'ottobre del 1989