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venerdì 7 novembre 2014

A Madia le molestie a mezzo stampa

Inizio questo post con un errata corrige: nel testo pubblicato su Metro mi è sfuggito un grave errore di grammatica, alla quinta riga la versione corretta è “la ministra Madia”. Ovviamente. 

Calippo sì. Gelato no? Verte tutta attorno a questo stringente interrogativo la querelle sul politically correct lanciata dal direttore di Chi Alfonso Signorini in risposta alle palate di indignazione (oltre ad un procedimento disciplinare dell’ordine dei giornalisti) per le due pagine dedicate dal suo giornale ad alcune foto rubate del ministro Madia mentre mangia un cono gelato in macchina, con il titolone: “Ci sa fare col gelato”.  Fine. Tragicamente inchiodato all’unico doppio senso possibile.
Signorini è sottile, fa finta di non buttarla in politica e si limita a demolire la Madia semplicemente perchè donna. Nell' uso talvolta disinvolto delle quote rose a destra o a sinistra, poi alla fine, quando si vuole colpire duro, si finisce sempre per colpire sulla pelle della quota rosa medesima, ridimensionata a pura femmina, quindi zero nella graduatoria del bullo. E per quanto sottilizzi e mi sforzi, giuro, di sintonizzarmi sull’allegro cazzeggio del trash, non riesco a trovare nessun argomento contrario alle ovvie accuse di sessismo e volgarità, di peso e misura uguali alle battutacce che ognuna di noi si becca nella sua vita semplicemente camminando per strada, come ha ben documentato il video virale di Hollaback, in cui si vede una ragazza molestata 108  volte in dieci ore mentre passeggia per New York.

Commenti volgari, doppi sensi fuori contesto fino alle pacche sul culo, sono cose a cui tutte noi siamo abituate, il brodo di “cultura” sessista nel quale abbiamo sguazzato e ci siamo dovute fare largo. Il fatto che queste cose capitino tutti i giorni non le derubrica dalla categoria di “molestia”, men che meno oggi che pure il legislatore ha cercato di metterci una pezza. A mezzo stampa poi la molestia è più grave.
E la storia di Francesca Pascale che lecca il calippo a teleCafone immortalata in una foto su Oggi, che secondo Signorini sarebbe la stessa cosa, in effetti non lo è perché la Pascale si è messa in posa e si è pure divertita. Il moralismo non c’entra nulla e nemmeno il buon gusto. Ma la deontologia sì, parola vecchia ma ancora socialmente utile e non rottamata. Il mondo è cambiato e il sessismo come formidabile arma di distruzione di credibilità delle donne va messo definitivamente al bando, come le bombe a grappolo.
©Riproduzione riservata
Pubblicato su Metro il 6 novembre 2014

giovedì 26 settembre 2013

Maschi e femmine alla guerra degli stereotipi

Un fotogramma dello spot della Renaul Clio sanzionato in Gb

La maggior parte delle volte che guardo un telegiornale mi chiedo come sia possibile che non esistano conduttrici non dico brutte, ma normali. Quelle normali magari sono in prima linea negli scenari di guerra, ma in video se sei donna fa premio la bella presenza. Quando leggo riviste femminili piene di articoli sul nuovo ruolo delle donne nella società, mi stupisco poi della convivenza con i servizi di moda e bellezza illustrati da adolescenti infelici e anoressiche e con le pubblicità che mostrano languide modelle di solito, avete notato? con le labbra socchiuse. Nell’immaginario dei fotografi le donne al 99% pensano solo al sesso. Ossia sono la proiezione dello sguardo maschile sulle donne. Anche sulle riviste femminili? Adesso qualcuno comincerà a sbuffare pensando alla solita femminista bigotta e rompipalle.

Ok, il tema della lotta agli stereotipi sessisti nella pubblicità e nei media, sollevato da Laura Boldrini  e Pietro Grasso è  cruciale, ma sdrucciolevole e ci può far scivolare come niente nel bigottismo e nella censura.  O può portarci a combattere gli stereotipi a colpi di altri stereotipi: rischio insito nell’uso e nell’abuso del fortunato neologismo femminicidio, dentro cui ormai si butta tutto quello che più o meno riguarda l’uccisione di una donna da parte di un uomo con cui abbia intrattenuto una relazione. In questo caso lo stereotipo funge da utile idiota: una categorizzazione rozza è servita a far riconoscere la violenza di genere. Però non deve portarci ad altre banalizzazioni, come vittimizzare le donne e pensare al maschio carnefice in quanto maschio. Insomma ci si muove su un tracciato sottile ma necessario. Mi manca un po’ l’altra faccia della discussione: i cliché sui maschi. Gli uomini della realtà non sono e non vogliono essere tutti machos, predatori, che non chiedono mai, o grigi chairmen in grisaglia, come ha notato con tristezza la ministra dell’università Carrozza a Cernobbio. Anche lì c’è molto lavoro da fare.
©Riproduzione riservata

Pubblicato su Metro il 26 settembre 2013