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sabato 2 marzo 2019

Il giudice Roia sul femminicidio: «Troppe denunce inascoltate»

Simona aveva denunciato il suo carnefice per stalking, ma non è bastato a salvarla dall’uomo che a Vercelli le ha dato fuoco nella sua auto. Anche Marisa aveva denunciato il marito da cui voleva separarsi, perché la minacciava: il 3 febbraio lui l’ha uccisa a coltellate. «Secondo i dati Eures relativi al 2018 le donne vittime di femminicidio nel 42,9% dei casi avevano presentato una denuncia. È un dato molto preoccupante su cui bisogna intervenire a livello legislativo, per agire presto con misure di prevenzione». Di questo è andato a parlare ieri in commissione Giustizia alla Camera, dove sono al vaglio diversi disegni di legge sui reati contro le donne, Fabio Roia, 59 anni, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano, il magistrato che si occupa di violenza di genere, stalking, femminicidio  dagli anni ‘90. Tempi in cui, come racconta nel  suo libroCrimini contro le donne. Politiche, leggi e buone pratiche” (Franco Angeli) si era sentito dire da un uomo che stava interrogando: «Ma dottore, non sapevo che fosse un reato picchiare la propria moglie».

“Secondo i dati Eures

 relativi al 2018 le donne vittime

 di femminicidio nel 42,9% 

dei casi avevano presentato

 una denuncia”

Ancora nel 2019 nemmeno denunciare salva la vita delle donne, com’è possibile dottor Roia?
«Manca una trattazione adeguata della denuncia, non c’è ancora un approccio professionale da parte degli operatori, spesso si tende a confondere la violenza con il conflitto famigliare,  si perde troppo tempo esercitando di fatto una nuova forma di violenza sulla vittima».

mercoledì 4 luglio 2018

Protocollo Zeus, contro l'ira che uccide le donne


Stalker, uomini violenti, persecutori: tutti  giustamente trattati dalla legge come carnefici, e quindi puniti, fino a che non  tornano a picchiare, a perseguitare e alla fine, troppe volte, a uccidere (già 18 femminicidi nel 2018). E allora, solo dopo, si cerca, quando sono in carcere, di “curare” quella violenza, quella rabbia che trasforma una relazione in una tragedia. Ma perché non farlo prima, per evitare che si arrivi al delitto? È la strada della prevenzione, rivoluzionaria per l’Italia, che ha deciso di intraprendere la sezione Atti Persecutori, Maltrattamenti e Cyberbullismo dell’Anticrimine della Questura di Milano, sotto la guida di Alessandra Simone: domani verrà firmato un protocollo  di intesa tra la Questura di Milano e il Centro Italiano per la Promozione della Mediazione diretto dal criminologo  Paolo Giulini che già opera nel carcere di Bollate. 

giovedì 11 luglio 2013

In memoria di Rosy, vittima numero 65



Rosy Bonanno, 26 anni è stata massacrata dal suo ex convivente davanti al loro bambino dopo una persecuzione durata anni. Secondo la madre aveva denunciato l'uomo sei volte: “Tutti sapevano, è stata una morte annunciata". Il procuratore di Palermo Maurizio Scalia ci ha tenuto a far sapere che risultavano solo due denunce per maltrattamenti in famiglia, “non per stalking”, archiviate “perché la signora aveva detto di essersi riconciliata" con l'uomo.  Qualcosa evidentemente non funziona. Perché quella di Rosy è una storia raccontata molte volte, di violenze e soprusi minimizzati, di appelli non raccolti. Sotto sotto nelle parole del magistrato si può leggere che anche lei dopo tutto è stata vittima di sé stessa, ritirando quelle denunce e riappacificandosi con il bruto. I servizi sociali stavano intervenendo, ma con i tempi lenti della burocrazia. L'amore è una cosa complicata, a volte sbagliata. Ma qui il discorso è un altro e riguarda istituzioni e agenzie sociali. Chi deve garantire tutele e sicurezza non è preparato. Non c'è coordinamento. Ancora la cultura prevalente in molti commissariati è quella di invitare i coniugi a “fare pace". Per questo hanno molto senso iniziative come quelle della Bicocca per introdurre il cosiddetto metodo Scotland applicato in Gran Bretagna anche da noi: un sistema che istituisce task force coordinate che entrano in azione non appena arrivi una segnalazione di abuso da qualunque fonte, commissariati, ospedali, servizi sociali. Persino i taxi, nel caso trasportino una donna con segni di violenza. La task force affianca la donna a prescindere dall'iter giudiziario, fino a soluzione del problema. Cosa aspettiamo? Si dice che molto dipende da un cambiamento culturale. Vero: bisogna partire dall'asilo per creare maschi e femmine che si guardino reciprocamente con rispetto. Ma nel frattempo fermiamo la strage con tutti i mezzi possibili e soprattutto con mezzi adeguati.
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