venerdì 7 febbraio 2014

La fabbrica riciclata dai dipendenti

L'ingresso della Ri-Maflow. Foto di Paola Rizzi
Non fosse per i murales e il tabellone che finisce con la parola Ri-voluzione, l'ingresso della Ri-Maflow a Trezzano sul Naviglio, hinterland milanese, sembrerebbe quello di un qualunque stabilimento in attività: controlli all'ingresso, cortile ordinato, luci in ufficio. Ma varcati i cancelli il clima cambia. La Ri-Maflow è un esperimento di fabbrica aperta “senza padroni” sul modello delle imprese recuperadas argentine, nato un anno fa sulle ceneri della Maflow, multinazionale di punta nel settore della componentistica per auto, mandata in malora prima dagli errori di un fondo finanziario e poi svuotata di macchinari, brevetti e commesse prestigiose (Bmw), delocalizzati in Polonia dall'ultimo proprietario.

«Era il febbraio 2013, la fabbrica, che un tempo impiegava 330 persone era ufficialmente fallita, noi eravamo fuori a presidiare da mesi, alcuni di noi avevano maturato un'idea - racconta Michele Morini, ex prototipista - invece che andare a cercare il lavoro che non c'era, creiamocelo da noi riciclando questa fabbrica morta». La Maflow non fa in tempo a chiudere che un manipolo la occupa. A marzo si costituisce la cooperativa onlus, (www.rimaflow.it) con una ventina di ex dipendenti e poi l'associazione Occupy Maflow, 600 soci. Obiettivo: realizzare un'attività industriale di recupero di attrezzature elettroniche (Raev). 

L'opera realizzata da un cassintegrato con gli scarti della Maflow. Foto di Paola Rizzi

 Ma poi il progetto si amplia: trasformare la fabbrica in una cittadella del riuso e della solidarietà. «Da subito cittadini e aziende hanno portato vecchi computer ed elettrodomestici» dice Michele mostrando i macchinari immagazzinati. Nel frattempo si sono avviate attività collaterali: nel capannone A il bar, i concerti, la sala prove nella camera insonorizzata per i test di vibrazione, il coworking, il gruppo di Acquisto solidale Fuorimercato che tra l'altro vende la Ri-passata di pomodoro e le arance di Rosarno raccolte da lavoratori non sfruttati. Nell'enorme capannone B il sabato e la domenica c'è il grande mercato dell'usato, molto frequentato. «La città ha risposto bene - dice Antonio, cassintegrato di un'altra azienda che ha aderito alla coop - Il parroco ci ha pure mandato dei rifugiati da ospitare».

Persino la proprietà, un'immobiliare del gruppo Unicredit, tollera e abbozza: «Se non ci fossimo noi quest'area, 30mila metri quadri, metà di capannoni, sarebbe in abbandono - dice Michele - noi garantiamo sorveglianza e manutenzione gratis, a loro va bene così, dalle 9 alle 18 c'è sempre qualcuno e quando c'è il mercato anche dalle 7».

Operai-soci della Ri-Maflow. Foto di Paola Rizzi

Di tasca loro i soci Ri-Maflow hanno rifatto gli impianti elettrici. «Con le attività collaterali e il riciclo elettronico ancora in fase iniziale siamo riusciti a comprare un muletto, un furgone e a mettere da parte 300 euro al mese ciascuno come rimborso spese, poi tutti siamo ancora in cig o in mobilità - spiega Massimo Lettieri, il sindacalista del gruppo, nella pausa di una delle riunioni settimanali della coop- ma nel 2014 l'attività di Raev diventerà centrale, stiamo lavorando con l'associazione di ingeneri senza frontiere del Politecnico per un piano industriale e chissà, magari dovremo anche assumere qualcuno».  Troppo ottimista? Chissà, ma un anno dopo quella scommessa, la  Ri-Maflow c'è ancora. 
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lunedì 30 dicembre 2013

Appunti colombiani


Cellulari

Il capo del villaggio
Foto di Paola Rizzi
Anche in mezzo alla selva amazzonica colombiana c'è campo. Il capo del villaggio di indios Ticuna San Martín, raggiunto dopo una camminata di ore nella selva da Puerto Nariňo, idilliaco avamposto sul rio delle Amazzoni, appena ci siamo presentati fradici e stanchi ci ha chiesto il numero del cellulare e ci ha dato il suo, dopo ci ha rifocillati. Poi ci ha parlato dei problemi di San Martín, poche capanne in una radura in mezzo alla selva, pulitissime e ben tenute: povertà, disinteresse del governo e soprattutto delle agenzie di viaggio che detengono il monopolio dei turisti stranieri e a loro danno le briciole. Vorrebbero gestire direttamente i turisti, per tirare su un po' di soldi. «Una volta i soldi non ci servivano- ci ha detto -ma adesso sì». Il posto è meraviglioso, loro offrono visite guidate nella foresta e alloggio nelle case tradizionali. 


Cellulari e oro

Bambini nel villaggio Tayrona
Foto di Paola Rizzi
Sulla costa caraibica, a Palomino vivono degli indios molto schivi che vanno in giro vestiti di bianco. Sono i Tayrona: ne hanno subite di tutti i colori perché dalle loro parti si supponeva ci fosse l'Eldorado e gli europei quindi hanno setacciato la zona palmo a palmo senza andare troppo per il sottile. In effetti i Tayrona oltre che agricoltori e guerrieri coraggiosi, sono stati artigiani orafi sopraffini. Lo si scopre andando a vedere il Museo dell'Oro di Bogotà che sembrerebbe una pacchianata e invece è un museo meraviglioso che mostra come l'oro nelle culture preispaniche non abbia significato solo ricchezza e avidità, ma moltissime altre cose: bellezza, cultura, spiritualità. Ora i Tayrona vivono nelle riserve, sono poverissimi e molto diffidenti, circondati da una natura selvaggia e lussureggiante. Ogni tanto scendono in paese, tra le altre cose a ricaricare il telefonino. A Palomino mi si è inceppata la macchina fotografica mentre due indios aspettavano che si caricasse il loro cellulare attaccato ad una presa del muro di cinta di una casa disabitata.



Nail art

Non sapevo davvero cosa fosse la nail art fino a quando non sono venuta in Sudamerica. E la Colombia è decisamente al top. Ho visto cose... Il must sono unghie dipinte una diversa dall'altra, poi unghie arabescate nella lunetta esterna. Le mie preferite quella a pois alternate: un'unghia rossa a pois bianchi alternata ad una bianca a pois rossi. La nail art è il lusso e la stravaganza alla portata di tutti: dal villaggio amazzonico alla baracca nei sobborghi di Cartagena, non c'è colombiana che rinunci alla sua unghia di celebrità.





Ortodonzia

Va molto di moda farsi l'apparecchio ai denti, ma solo se si è adulti: quello grosso ben visibile con i vitoni che sporgono, che secondo il mio dentista da noi non si vede più da 20 anni. L'impressione è che sia in qualche modo un segno di status, esibizione ortodontica e compiaciuta di un certo benessere raggiunto in un paese dove le differenze sociali sono abissali e il sorriso una carta di identità del conto in banca. Al punto che anche in un manifesto ufficiale di promozione turistica lo ostenta la ballerina in costume del Caribe, in primo piano con un sorriso a tutto denti e viti.




Graffiti

Graffito lungo la strada che porta all'aeroporto di Bogotà.
foto di Paola Rizzi
A chi non piacciono i graffiti è sconsigliabile visitare la Colombia, Bogotà in particolare. Ogni muro disponibile è considerato dai writers locali un'occasione da non perdere. Ce ne sono tantissimi e grandissimi, con una percentuale di bellissimi insolitamente alta. A Bogotà i graffitari hanno sostanzialmente mano libera e il risultato è un po' psichedelico e perturbante. Come fa notare uno di loro, si contendono gli spazi con i pubblicitari e i manifesti giganti. Per lo più, quanto a inventiva, qualità della forma e forza del messaggio vincono i writers. 




Narcos 

Muretto fatto con bottiglie riciclate a Puerto Nariňo.
Foto di Paola Rizzi
Per quanto la Colombia si sforzi di dare un'immagine depurata dal passato legato alle gesta dei cartelli della droga, la strada è ancora lunga. A Puerto Nariňo, incantevole oasi ecologica sul rio delle Amazzoni, che si vanta di aver applicato un modello urbano ecosostenibile nel cuore della selva, chiunque ha la sua storia da raccontare dei tempi in cui il villaggio era il crocevia del narcotraffico con Brasile e Perù, il cosiddetto Trapezio amazzonico. Un via vai ad alto tasso di violenza che negli anni Ottanta e Novanta trasformarono la comunità, 6000 abitanti in prevalenza indios Ticuna, in un'enclave di fuori legge. Andando a spasso con una guida vi indicano le vestigia di un recente passato di crimini e ricchezza facile. Là c'è l'albergo aperto dal figlio di un narcos, ora chiuso e in rovina, dove si facevano le feste e dove passò le sue vacanze anche Pablo Escobar, il narcotrafficante più famoso del mondo. Verso il fiume ci sono le belle ville dei narcos trasformate in appartati resort. Nostalgia per quei bei tempi di vacche grasse? "Giravano molti soldi, ma c'era molta violenza- mi racconta la guida, un indios Ticuna-  un giorno uno era ricco, il giorno dopo non aveva niente. Molti di quelli che si sono arricchiti con il traffico, una volta finita quella epoca, hanno perso tutto". Ma loro, i narcos, dove sono spariti? La fine del cartello di Medellin con la morte di Pablo Escobar e la frammentazione del cartello di Cali ha costretto tutti a moderarsi. In realtà finita la stagione dei grandi monopoli e quella sorta di potere antistato con ambizioni di grandezza sognato da Escobar, è rimasto il “normale" traffico di droga dove ogni gruppo lavora per sè, in modo meno appariscente. "A Puerto Nariňo, i narcos o gli ex narcos vengono adesso solo a passare le vacanze, come normali turisti", dice la guida. Le cronache raccontano un'altra storia. Però hanno dismesso la sfrontatezza e l'arroganza degli anni Novanta e non agiscono più alla luce del sole. Così i turisti possono godersi il panorama.

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domenica 13 ottobre 2013

Bauman: "Siamo sempre più connessi e fragili"



Incontro con Bauman, splendido ottantottenne dalle idee seducenti e dai modi gentili. Istantanea: appena finito l'incontro corre letteralmente giù dalle scale e fugge in strada per accendersi una Marlboro...



«Ogni persona passa 7 ore e mezza al giorno davanti a qualche tipo di schermo, dentro cui si chiude in una vita online più confortevole di quella offline». Il passaggio tra le due modalità è sempre più problematico ed è quello su cui si sofferma il sociologo Zygmunt Bauman, inventore della “modernità liquida”, fortunata metafora della contemporaneità. La tecnologia semplifica ma ci rende fragili e impazienti, incapaci di progettare a lungo termine, di sacrificarci per un obiettivo, dice Bauman, a Milano per un incontro di Meet the media Guru : «Per strada tutti guardano il telefonino, il tempo di attesa è sparito, come la noia».

Questo, insieme alla precarizzazione causata dalla crisi, cambia la nostra percezione del tempo: non esiste più la prospettiva a lungo termine, ma solo l’ora, il presente. «Essere “connessi” 40 anni fa richiedeva una gran fatica  – precisa Bauman -  Io ci ho messo una vita e molto studio a farmi alcune centinaia di relazioni, oggi con Facebook bastano poche ore, ma ci vuole lo stesso tempo per disfarle». L'effetto collaterale è la disconnessione e la fragilità nella vita reale, dove tutto è più arduo. Il rischio più grande poi riguarda i bambini: sempre più affidati a gadget e baby sitter digitali, per loro la distinzione tra  mondo reale e digitale non è più certa. 

Che fare? «L’obiettivo è minimizzare le perdite». Anche se non lo può fare la politica: «La gente ha sempre meno fiducia nei politici, non perché sono corrotti, ma perché non possono mantenere le promesse». Il potere vero, quello finanziario ed economico, è globalizzato, mentre la politica si muove su scala locale. Bauman  si presta a commentare anche l’attualità  della tragedia di Lampedusa: «La modernità ha prodotto persone “ridondanti” rispetto ai cicli produttivi, causando le migrazioni. Fino ad un certo punto ha prevalso l’assimilazione:  trasformare lo straniero, che fa paura, in uno di noi. Oggi non funziona più, le città sono arcipelaghi di diaspore. Le reazioni possono essere due: la mixofobia, la paura del mescolarsi che fa sì che non si permetta alle persone di venire da noi legalmente. La mixofilia invece considera la varietà attraente. La varietà è il naturale habitat della creatività, diceva Lessing. E gli europei non sono forse sempre stati creativi?»

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Pubblicato su Metro


giovedì 26 settembre 2013

Maschi e femmine alla guerra degli stereotipi

Un fotogramma dello spot della Renaul Clio sanzionato in Gb

La maggior parte delle volte che guardo un telegiornale mi chiedo come sia possibile che non esistano conduttrici non dico brutte, ma normali. Quelle normali magari sono in prima linea negli scenari di guerra, ma in video se sei donna fa premio la bella presenza. Quando leggo riviste femminili piene di articoli sul nuovo ruolo delle donne nella società, mi stupisco poi della convivenza con i servizi di moda e bellezza illustrati da adolescenti infelici e anoressiche e con le pubblicità che mostrano languide modelle di solito, avete notato? con le labbra socchiuse. Nell’immaginario dei fotografi le donne al 99% pensano solo al sesso. Ossia sono la proiezione dello sguardo maschile sulle donne. Anche sulle riviste femminili? Adesso qualcuno comincerà a sbuffare pensando alla solita femminista bigotta e rompipalle.

Ok, il tema della lotta agli stereotipi sessisti nella pubblicità e nei media, sollevato da Laura Boldrini  e Pietro Grasso è  cruciale, ma sdrucciolevole e ci può far scivolare come niente nel bigottismo e nella censura.  O può portarci a combattere gli stereotipi a colpi di altri stereotipi: rischio insito nell’uso e nell’abuso del fortunato neologismo femminicidio, dentro cui ormai si butta tutto quello che più o meno riguarda l’uccisione di una donna da parte di un uomo con cui abbia intrattenuto una relazione. In questo caso lo stereotipo funge da utile idiota: una categorizzazione rozza è servita a far riconoscere la violenza di genere. Però non deve portarci ad altre banalizzazioni, come vittimizzare le donne e pensare al maschio carnefice in quanto maschio. Insomma ci si muove su un tracciato sottile ma necessario. Mi manca un po’ l’altra faccia della discussione: i cliché sui maschi. Gli uomini della realtà non sono e non vogliono essere tutti machos, predatori, che non chiedono mai, o grigi chairmen in grisaglia, come ha notato con tristezza la ministra dell’università Carrozza a Cernobbio. Anche lì c’è molto lavoro da fare.
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Pubblicato su Metro il 26 settembre 2013