Anouk
Wipprecht
è una danese di 32 anni con l’aspetto da teenager, una geek girl
indefinibile che mescola moda e tecnologia, più artista che
fashion designer, anche se a lei piace definirsi FashionTech designer
avvezza al cacciavite più che all’ago e al filo. Alla settimana
della moda milanese si è presentata invitata da Meet
the Media Guru per
mostrare le sue creazioni poetiche e provocatorie: abiti-robot
animati, tessuti intelligenti capaci di comunicare stati emotivi,
realizzati con stampanti in 3D. Come lo spider-dress,
l’abito ragno rivestito di sensori di prossimità e di zampe
elettroniche che si impennano quando qualcuno di avvicina troppo. O
lo smoke-dress,
che emette fumo sempre in caso di invasioni di campo nel proprio
spazio fisico ed emozionale. «Mi sono ispirata al polpo, che emette
l’inchiostro per allontanare gli indesiderati. La natura mi ispira
molto».
Tra
i suoi progetti c’è anche la collaborazione con la pop singer
Victoria Modesta, amputata ad una gamba, per la quale ha realizzato
protesi ipertecnologiche.
Sì,
è stato molto interessante, di solito la disabilità è legata alla
vergogna, si cerca di nasconderla, mentre nel caso di Viktoria
abbiamo utilizzato la protesi per inserire dispositivi musicali e
sensori e darle una forma speciale.
Ci sono molti motivi per vedere la bellissima mostra in corso alla Triennale, curata da Massimiliano Gioni, Terra Inquieta, (fino al 20 agosto) dedicata al tema dei temi della contemporaneità, le migrazioni. Uno, certamente non il primo, ma sorprendente e laterale, è riscoprire un tipo originale, la cui vicenda incrocia la provincia profonda piemontese con il suo accento dolce e strascicato, il nomadismo zingaro e la rapida epopea del situazionismo, il movimento radicale politico-artistico fondato 60 anni fa (28 luglio 1957) che tanto piacque al maggio francese e ai sessantottini. Questa specie di sovversivo mite ha il volto segnato e buono, per nulla maledetto, di Pinot Giuseppe Gallizio, vita intensissima e breve per colpa di un infarto (1902-1964), nato e vissuto ad Alba, farmacista per dieci anni, poi produttore di caramelle, archeologo, erborista, partigiano, consigliere comunale, democristiano, comunista, attivista, che superati i 50 anni si scopre artista e pittore e inventa tra le altre cose la pittura industriale, ossia rotoli di tela dipinta che lui vende a metro per smontare l’idea commerciale e elitaria dell’arte. Molto apprezzato dalla critica Carla Lonzi, è stato un protagonista fulminante di una stagione artistica di cui si è persa per strada la memoria.
La cantina di casa sua ad Alba, battezzata Laboratorio Sperimentale, diventò per qualche anno catalizzatore di personaggi che incrociavano il movimento lettrista, il gruppo Cobra, il Bauhaus immaginista, poi confluiti nell’internazionale situazionista (IS), come Guy Debord, l’autore del libro manifesto La società dello spettacolo, il danese Asger Jorn, Enrico Bay, Constant, Piero Simondo, Pegeen Guggenheim, figlia di Peggy. Tutti nettamente più giovani di lui, alcuni poco più che ragazzi, ai quali il farmacista Gallizio si avvicinò con entusiasmo infantile.
Il tazebao dedicato ai rom di Alba.
Alla Triennale non è tanto il pittore autodidatta e ribelle in mostra, ma la sua passione per il nomadismo e quindi, con la coerenza e il candore del personaggio, per i nomadi in carne ed ossa che attraversavano il corridoio tra Francia e Italia. Un luogo di sosta era appunto Alba dove le carovane si accampavano vicino al mercato. Quando il sindaco conservatore li cacciò a metà degli anni ‘50 Gallizio semplicemente regalò ai sinti un suo terreno lungo il Tanaro perché costruissero il loro campo, che poi si chiamò campo Pinot Gallizio. Della sua battaglia vicino alle “tribù” in consiglio comunale e fuori restano diverse fotografie e una sorta di tazebao che Pinot esponeva sulla vetrina della farmacia intitolato: “L’uomo è sempre l’uomo. É iniziata la grande battaglia per la sosta degli zingari” e in cui si ipotizza per lui la possibilità di diventare “il gran capo di più di 1.200.000 zingari”. In mostra anche una foto famosa che lo ritrae con due enormi orecchini da zingara indossati orgogliosamente e che gli guadagnarono l’appellativo tra gli albesi perplessi di re degli zingari. Non è tutto, naturalmente, perché Gallizio, da bravo situazionista, l’intreccio tra arte e politica per creare “situazioni” lo prendeva sul serio: alla Triennale c’è anche il modellino ideato da Constant Nieuwenhuys, artista e architetto olandese, che ispirò la sua ricerca su New Babylon, l’anti-città paradossale pensata per la nuova umanità nomade, l’homo ludens liberato da ogni schiavitù, compresa quella della sedenterietà. Quale terreno di sperimentazione migliore di un’idea così radicale e folle della progettazione di un campo nomadi? Immaginiamoci quindi Constant, che nel 1956, invitato da Gallizio, visita il campo sinti di Alba realizzato sul terreno del farmacista- pittore. Racconta: «Di quello spazio tra le roulotte, che avevano chiuso con tavole e bidoni di benzina, avevano fatto un recinto, una “Città dei Gitani”. Quel giorno ho concepito il progetto di un accampamento permanente per i Gitani di Alba e questo progetto è all’origine della serie di maquettes di New Babylon. Di una New Babylon dove si costruisce sotto una tettoia, con l’aiuto di elementi mobili, una dimora comune; un’abitazione temporanea, rimodellata costantemente; un campo nomade su scala planetaria». Il modello rimase tale e il campo nomadi fu poi spostato, anche a causa delle ricorrenti piene del Tanaro.
Il progetto di campo nomadi per i rom di Alba realizzato da Constant.
Intanto ad Alba, in casa di Gallizio, e poi in un minuscolo paese sulle alpi marittine, a Cosio di Arroscia, si svolge l’avventurosa vicenda dell’internazionale situazionista che tra scissioni, espulsioni e suicidi si protrasse per una quindicina d’anni. Proprio in questi giorni è uscito per il Melangolo Un’imprevedibile situazione. Arte, vino, ribellione: nasce il situazionismo di Donatella Alfonso, che racconta con leggerezza questa storia inseguendo i protagonisti, le loro esistenze scombinate, i litigi, gli amori e il prodigio per cui un gruppo cosmopolita di artisti e intellettuali giovani (a parte Gallizio), un po’ bohémien, grandi bevitori, squattrinati e anarchici si ritrovò in un posto sconosciuto, salvo al pittore Piero Simondo che ci era nato, per fondare un movimento che ha avuto una fascinazione così grande su varie generazioni da diventare un modo di dire, anche se ormai pochi sanno di cosa parlano quando usano la parola “situazionista”. Alfonso ricostruisce il prima e il dopo di quel congresso di fondazione del 28 luglio 1957, svoltosi nel retro di un bar, bevendo quantità considerevoli di “cosiate”, il vino locale come pare lo avesse battezzato Debord.
Anche l’uomo più disgraziato può usufruire di qualche dividendo del patriarcato, sostiene la sociologa australiana 73enne Raewyn Connell, autorità mondiale sul tema del “maschile”, nata Robert e divenuta donna a tarda età. E cosa può capitare quando l’uomo, disgraziato o meno, vede rosicchiato il suo residuo bottino di privilegi da una compagna disobbediente, ribelle, “emancipata”? Magari le tira due ceffoni e cerca di rimetterla in riga. Un evergreen sempre attuale: «Nelle scuole superiori 5 ragazzi su 10 trovano normale dare degli schiaffi alla ragazza. Sono già nella loro trincea. La gelosia, già alle medie è considerata giusta ed è imperante la doppia morale sessuale tra maschi e femmine”. Un clima di restaurazione, segnala sconfortato Alessio Miceli, che va nelle scuole a cercare di scardinare vecchi stereotipi in qualità di presidente di Mp, Maschile Plurale, la rete di collettivi di uomini che dagli anni ‘80 riflette sulla propria identità di maschi, riprendendo il modello dell’autocoscienza femminista degli anni ‘70. Con una bella differenza: le donne rivendicavano spazi e ruoli, gli uomini “femministi” hanno preso atto del cambiamento in corso, e si mettono in discussione, rinunciando alla rendita di posizione: «Il maschile può essere una gabbia, fatta di prevaricazione e logiche patriarcali, che impedisce di esprimere emozioni, e limita l’ascolto. Noi impariamo a parlare di sentimenti, di sessualità senza usare il linguaggio del bar», spiega Domenico Matarozzo del Cerchio degli uomini di Torino, storico gruppo della rete Mp, attivo da oltre 20 anni.
Per questa piccola avanguardia, alcune centinaia di “autocoscienti” da Nord a Sud, il tema della violenza di genere è diventato da poco una priorità, con l’emergenza femminicidi: «Dopo i cortei del 2006 abbiamo preparato un manifesto in cui si diceva: la violenza contro le donne è un nostro problema, occupiamocene» ricorda Alberto Leiss di Mp, giornalista. Da allora si sono moltiplicate le attività, soprattutto nelle scuole, gli sportelli di aiuto e i gruppi mirati ai cosiddetti “maltrattanti”, gli uomini violenti con le donne. Ora sono una quarantina e per la prima volta si sono riuniti a Roma a maggio per confrontare efficacia e metodi. Il modello anche qui è l’autocoscienza, guidata da tutor.
Non è un approccio terapeutico, perché il presupposto è che meno del 5% degli autori di violenza ha problemi mentali. La questione è sempre culturale. Lo sintetizza bene la criminologa Isabella Merzagora, che si occupa di stalker e “maltrattanti” nelle carceri: «La “cultura del machismo” non è un buon affare per gli uomini: ci si aspetta che siano così forti e indipendenti da non dover chiedere aiuto poi però non sanno stare senza una donna, non possono mostrare momenti di debolezza, si pretende che un uomo non pianga. Il guaio è che allora, al posto delle lacrime, il modo di mostrare la sofferenza è quello etero aggressivo: non si piange, si picchia».
La rete pullula di sigle che vedono l’emergere delle rivendicazioni femminili come una minaccia, come è il caso dei variegati gruppi di padri separati o della rete internazionale Avoiceformen, che accusa il “nazifemminismo” di misandria e di inventarsi l’emergenza dei femminicidi. L’approccio della rete di MP capovolge i termini della questione: rivedere i ruoli del maschile fa bene non solo alle donne, ma anche agli uomini. Ci racconta di averlo verificato di persona Alberto, ricercatore universitario torinese sulla sessantina. Nel 2014 ha letto una locandina del centro di aiuto del Cerchio degli uomini, che ha seguito 400 casi in 8 anni: «Ti accorgi di avere reazioni violente? Chiama 0112478185. Centro per l’ascolto del disagio maschile»Da un bel po’ con la sua compagna le cose non andavano bene, urlava per piccole cose, si rendeva conto di instaurare un clima di terrore in casa. «La violenza la riversavo sugli oggetti, non su di lei, spaccavo piatti. Mi sono fermato prima di altri “colleghi”». Il rapporto stava andando a rotoli. «Ho telefonato, mi sono aggrappato a questo salvagente ed è iniziato il mio percorso”. Prima incontri individuali, poi di gruppo con altri “colleghi” come li chiama lui, chi con una denuncia, chi agli arresti domiciliari, qualcuno separato, tutti tra i 30 e i 60 anni: «Ci mettiamo in cerchio e parliamo con un supervisore che ci aiuta a capire i meccanismi che portano alla violenza: un accumulo di rabbia perché non si sa esprimere un disagio. Ci confrontiamo, parliamo di quello che sentiamo. Eravamo 12, ne abbiamo persi un po’ per strada. Dopo due anni ho smesso di avere accessi di rabbia, sto molto meglio, parlo, mi confronto. Mi sento liberato. Per me l’incontro del lunedì sera è sacro». Ugole mani invece le alzava eccome, prima di partecipare per due anni ai gruppi del Programma Uomini Maltrattanti organizzati dall’associazione Lui (Livorno Uomini Insieme). Si è accorto di aver bisogno di un aiuto dopo aver visto che anche suo figlio cominciava ad avere comportamenti aggressivi, e alla fine ha convinto pure lui ad entrare nel programma.
Il sociologo Marco Deriu, che ha intervistato 12 partecipanti all’unico gruppo del genere istituito da una Usl, a Modena, segnala il livello di soddisfazione molto alto di tutti, comprese le compagne, e il crollo del tasso di violenza fisica. «Il limite è che i risultati migliori li hanno coloro che partecipano volontariamente e quindi hanno fatto già da soli una parte del percorso, piuttosto di coloro che sono mandati da avvocati o assistenti sociali».
Un fronte delicato è quello dei finanziamenti pubblici di queste iniziative, che secondo alcuni gruppi femministi sottraggono risorse già scarse ai centri antiviolenza e offuscano la centralità delle vittime. «E’ un conflitto tutto italiano-dice Deriu- ma non c’è dubbio che sia necessario intervenire anche su chi la violenza la compie e non solo la subisce». «Il punto è dar corso all’art.16 della Convenzione di Istanbul- dice Gabriele Lessi del gruppo Lui di Livorno - dove si parla di programmi rivolti agli autori della violenza domestica per mutare comportamenti e evitare altre violenze.L’obiettivo è abbassare le recidive del 30-40%». Non solo punire, ma prevenire. E una delle vie passa anche per l’“emancipazione” del maschio.
Sotto il video Five man realizzato da Maschile Plurale e proiettato nelle scuole
«Come potrebbe essere ritenuto capace di amministrare il potere di Stato un partito che non ha o non sa scegliere (il che è lo stesso) gli elementi per amministrare bene un giornale o una rivista?». Ogni riferimento a fatti reali non è casuale se a farsi questa domanda è Antonio Gramsci e noi la leggiamo nei giorni in cui il quotidiano da lui fondato e diretto nel 1924, l’Unità, è scomparso dai radar a tempo indeterminato. 80 anni dopo la sua morte, in piena crisi della stampa e di un mestiere senza più smalto, vale la pena andarsi a rileggere come si dovrebbero fare i giornali secondo Gramsci, che si autodefiniva prima di ogni altra cosa pubblicista, scritto nero su bianco nel verbale d’arresto. Ci aiuta la raccolta appena pubblicata con micidiale tempismo “Antonio Gramsci. Il giornalismo, il giornalista”(a cura di Gian Luca Corradi, editore Tessere) che accanto ad una selezione di articoli di cultura e costume scritti per varie testate, raccoglie lettere e riflessioni su come mettere in campo un’impresa editoriale, osservazioni minute sulla titolazione (“atteggiamento demagogico-commerciale quando si vuole sfruttare le tendenze più basse” o "educativo-didattico”), gli elementi grafici per attrarre i lettori, le rubriche (indispensabile “una rubrica permanente sulle correnti scientifiche”), i supplementi. Un manuale anche su come si forma il giornalista, preferibilmente attraverso vere e proprie scuole. «Il principio che il giornalismo debba essere insegnato e che non sia razionale lasciare che il giornalista si formi da sé, casualmente attraverso la praticaccia è vitale» dice decisamente in anticipo sui tempi. Lettore onnivoro -nella sua mazzetta in carcere anche il Corriere dei Piccoli - Gramsci ha un giudizio critico sui giornali italiani, provinciali e pieni di difetti - il più grave, «il parlare di antecedenti che non sono stati dati, come se il lettore dovesse conoscerli» suona particolarmente familiare - e una consapevolezza radicale dei rischi del mestiere: «Io non sono mai stato un giornalista professionista che vende la sua penna a chi gliela paga meglio e deve continuamente mentire, perché la menzogna entra nella qualifica professionale. Sono stato giornalista liberissimo».
Antonio Gramsci, “Il giornalismo, il giornalista. Scritti, articoli, lettere del fondatore de ‘l’Unità’”, a cura di Gian Luca Corradi, introduzione di Luciano Canfora e postfazione di Giorgio Frasca Polara, edito da Tessere, Firenze