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lunedì 15 giugno 2015

Lo spettacolo di quella maggioranza di buonisti silenziosi

Le volontarie alla stazione Centrale. Foto dal gruppo Facebook Profughi Milano 
Ci sono due Italie, una che si infila la maglietta con le ruspe, che urla, fa molto chiasso e si fa sentire a grande distanza.  Poi c’è un’Italia silenziosa, che si mette in coda  nei punti di raccolta alla stazione Centrale di Milano o a Tiburtina, nella fila accanto a quella degli eritrei e dei siriani, con in mano i sacchi della spesa o le borse piene di vestiti e di giocattoli da donare ai volontari e alla croce rossa e che chiede a bassa voce: «Posso fare qualcosa? Cosa vi serve? Avete bisogno di aiuto?».  Gente che non ha paura di prendersi la scabbia,  alla faccia dei professionisti dell'allarmismo.

Sono migliaia questi italiani. Certo, secondo la contabilità cara ai cattivisti, meno di quelli che restano a casa o perché non possono aiutare o perché se ne lavano le mani, ma molti di più di quelli che sbraitano  o  che si presentano con poche e anacronistiche bandiere a protestare.
 Nei giorni in cui il mezzanino della stazione Centrale era affollato di profughi e qualcuno preoccupato più della prossima scadenza elettorale che del decoro, gridava allo scandalo e all’indecenza, si sono visti tanti cittadini e viaggiatori che non solo non facevano “il giro largo”, ma al contrario sceglievano proprio di passare in mezzo al bivacco, si fermavano per chiedere e per capire qualcosa di più, di persona.

In effetti poi a voler ben vedere di Italie ce ne sono almeno tre, perché c’è quella delle istituzioni, del Governo, tutti i Governi, nazionali e mettiamoci dentro anche gli organismi sovranazionali,  che da anni sembrano tutti sempre colti di sorpresa ad ogni ondata migratoria. Quelli che l’emergenza poi di rimpallo in rimpallo finisce sempre più in basso, sul collo dei Comuni e da lì poi ancora più giù nelle mani dei volontari, delle associazioni, delle onlus, della Croce Rossa, di Tizio, Caio e Sempronio. Dei cittadini volenterosi. Buonisti, secondo gli speculatori della paura. In realtà, valutandone semplicemente i risultati,  cittadini armati di pragmatismo, certo sì, solidale,  ma che alla fine mettono una pezza alle falle del sistema. E meno male che ci sono loro. Poi magari quando passa il momento dell’emergenza arrivano quelli di Mafia Capitale a fare affari, ma questa è un’altra storia e un’altra Italia ancora. Oggi lo spettacolo è un altro, ed è bello: godiamocelo.

©Riproduzione riservata

Pubblicato su Metro il 15 giugno 2015

domenica 21 settembre 2014

Street art

 Largo La Foppa, Milano. Foto di Paola Rizzi 

L'ho fotografato a luglio in largo La Foppa. Non so se c'è ancora. Ignoravo tutto di questo Street artist   Beast. Mi pare interessante.

Ecco la didascalia

giovedì 5 giugno 2014

Se due indizi fanno una prova

Se due indizi fanno una prova, la sequenza ravvicinata di scandali Expo-Mose dovrebbe costituire l’evidenza grande come una Grande Opera che l’illusione nella quale ci siamo cullati per qualche settimana (Tangentopoli non è tornata, sono episodi singoli, i soggetti non rappresentano un sistema) era appunto un’illusione. Abbiamo innestato la marcia indietro della macchina del tempo e ci siamo ritrovati nel mezzo di Mani pulite, solo in una versione “più sofisticata” come ha detto ieri il procuratore Carlo Nordio. Una versione dove, per esempio, accanto a imprenditori, faccendieri, politici di vario livello e diversi colori, ipotesi di reati di finanziamento illecito ai partiti come ai bei vecchi tempi, compaiono anche generali e uomini legati alle forze dell’ordine, con il compito di organizzare una rete di controspionaggio su eventuali inchieste della magistrature. A dimostrazione che almeno qualcuno, “i cattivi”, dell’esperienza di Mani pulite ha fatto tesoro e le cose non succedono invano. 

A tenere insieme il passato e il presente, Milano e Venezia, in un corto circuito che sembra scritto da un mediocre sceneggiatore, la figura dell’imprenditore Piergiorgio Baita, manager della Mantovani Spa, grossa impresa costruttrice impegnata nel Mose, fino al  suo arresto, l’anno scorso e pare gola profonda dell’inchiesta: la Mantovani Spa è anche, tuttora, l’azienda appaltatrice della piastra di Expo. E Baita si era fatto le ossa nel 1992 ai tempi della Tangentopoli veneta: arrestato, ne uscì prosciolto ma pare anche allora dopo aver raccontato per filo e per segno il “sistema”.  Adesso molti esponenti politici di primo piano sottolineano che i protagonisti di questi scandali sono residui di un vecchio mondo. Che però, a quanto pare anche nel mondo nuovo ha chiacchierato poco e lavorato molto, operoso e professionale, sempre presente nei posti giusti al momento giusto, favorito dall’abitudine “criminogena” come ha detto ieri Cacciari di lavorare sulle Grandi Opere in emergenza e in deroga. L’impressione è che questo giro ce lo siamo perso e che supercontrollori ex post come Cantone al massimo potranno salvare il salvabile. Però, per il prossimo giro, almeno una legge sull’anticorruzione come si deve ce la dovremmo meritare.
©Riproduzione riservata

Pubblicato su Metro il 5 giugno 2014

giovedì 25 luglio 2013

L'Expo nell'Impero di Cacania, Italia


L’enfasi che circonda  l’Expo 2015 sembra sempre più sospetta. Nel giro di dieci giorni abbiamo assistito ad un simposio solenne a Monza nel quale non è successo nulla di nuovo ma tutti, da Napolitano, a Letta, a vari ministri e governatori si sono alternati per comunicare il Grande Messaggio:  che puntano tutto sull’evento del 2015, da cui in definitiva sembra dipendere la nostra stessa idea di futuro e di ripresa. Martedì un accordo tra le parti sociali relativo a 800 (800?) lavoratori per i sei mesi dell’esposizione è stato salutato come il nuovo paradigma che aprirà la strada ad un futuro radioso e produttivo  grazie allo smantellamento –in deroga , per ora -  dei pochi paletti contenuti nella riforma Fornero, che ormai tutti gli studi esistenti mostrano non avere aumentato né la produttività, né in modo utile la flessibilità.

La buona notizia sarebbero i contratti light da applicare ad un evento a tempo determinatissimo, che però in teoria dovrebbe essere la pila rigeneratrice del Sistema-Paese. Non c’è una contraddizione? E non è un po’ poco? Non ci consegna, nella migliore delle ipotesi, ad un futuro a tempo determinato? Dall’osservatorio privilegiato sul territorio, cioè da Milano, Expo 2015 a  22 mesi dall’inizio ha contorni ancora molti sfumati. Troppo. Finora abbiamo visto molta politica mediocre e moltissimo marketing.  Qualcosa che evoca sinistramente  l’Azione Parallela nell'impero di Cacania raccontata da Musil ne “L’uomo senza qualità”:  il Grande Evento catartico di un mondo al tramonto destinato a non realizzarsi mai. Ma quella è  letteratura.
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Pubblicato su Metro