domenica 21 settembre 2014

Street art

 Largo La Foppa, Milano. Foto di Paola Rizzi 

L'ho fotografato a luglio in largo La Foppa. Non so se c'è ancora. Ignoravo tutto di questo Street artist   Beast. Mi pare interessante.

Ecco la didascalia

sabato 20 settembre 2014

Cose dell'altro mondo

Promozione pillola del giorno dopo a Corumbà.
Accanto, muro a Paraty. Foto di Paola Rizzi
In una cittadina alla periferia del Mato Grosso, Corumbà, un cartello promuove a caratteri cubitali la pillola del giorno dopo. Il confronto con una normale farmacia di casa nostra è una visione marziana. Anche se è solo un lato, commerciale, della medaglia: in Brasile la legislazione sull'aborto è molto restrittiva. Ma evidentemente le vie del signore sono infinite. E lo sono certamente in un Paese dove ad ogni angolo di strada nasce una nuova chiesa evangelica o pentecostale e la Chiesa cattolica arretra rapidamente. Comunque, una visione dell'altro mondo.

domenica 3 agosto 2014

Io e l'Unità

Da qualche parte ho ancora la foto di gruppo con Gobaciov e Raissa, nella saletta vip di Linate, dove mi avevano spedito di corsa per un'intervista sulla vicenda dei soldi di Mosca, i finanziamenti più o meno occulti dati dal Pcus al Pci. Io me ne stavo un po' impalata, come Zelig accanto a un grande del mondo, cronista di solito impegnata su tutt'altre più domestiche vicende spedita lì sulla scottante questione del giorno per il solito insieme di coincidenze che capitano nei giornali. E all'Unità di più.
 All'Unità sono arrivata verso la fine degli anni Ottanta,  alla vigilia di trasformazioni impensabili e impreviste. Ci sono arrivata, tra le prime credo,  senza tessera di partito,  perché già allora il giornale si pensava sempre più giornale e meno organo di partito, in una ricerca di inevitabile indipendenza dal corpaccione del Pci che poi sarebbe diventato Pds, Ds, Pd...Un processo complicato, difficile e come hanno dimostrato gli anni successivi, forse irrealizzabile. Nel frattempo io in quel giornale ho imparato il mestiere da professionisti eccelsi animati da vera passione civile, ho imparato da che parte stare, ho imparato, in quel collettivo a volte impazzito di colleghi, anche il pensiero critico, cioè la fatica di non essere d'accordo sempre e su tutto, ma a viso aperto. Cose impagabili e uniche. Preziose.
 Poi nel 2000, ad agosto, come oggi (agosto è sempre il mese prediletto per liquidazioni e licenziamenti) l'Unità sospese le pubblicazione e dopo un mese me ne andai iniziando un'avventura completamente diversa a Metro, il primo gratuito italiano. Dove ho imparato molte altre cose, ma una fra tutte merita di essere qui citata: che i conti si fanno alla fine di ogni mese. Una lezione crudele che temo chi ha amministrato negli anni l'Unità non abbia tenuto sempre ben presente, subordinandola ad altre e ancora più contingenti convenienze politiche. Ciò non toglie che dopo la resurrezione nel 2001 quella dell'Unità è stata ancora una volta un'avventura intellettuale, politica e giornalistica bella e necessaria, che a volte mi ha fatto rimpiangere di non starci ancora dentro. 
Mi aspetto che una seconda resurrezione sia possibile, anche perché è necessaria: senza l'Unità chi darà mai voce in questo paese al mondo del lavoro e dei lavoratori?
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domenica 27 luglio 2014

Cara Luisa Muraro, mi spiego meglio


In una lettera aperta pubblicata sul sito della libreria delle donne la filosofa Luisa Muraro mi onora di un rimprovero per un mio editoriale uscito su Metro (che si può leggere qui) a commento della notizia dell’apertura della Chiesa anglicana alle donne vescove a cui Metro ha dedicato la prima pagina (che potete vedere qui accanto).  Di seguito la mia risposta. 


Qui la lettera aperta di Luisa Muraro

Cara Luisa Muraro
Partiamo dal fondo, e cioè dal fatto che Metro, giornale gratuito a larga diffusione, ha scelto di dare alla decisione della Chiesa Anglicana di consentire alle donne di diventare vescove tutta la prima pagina, con il titolo “Pari Opportunità”.  Una scelta opinabile ma di cui sono piuttosto fiera: tra le tante notizie di quel giorno la maggior parte dei quotidiani ha aperto sull’eterno dibattito delle riforme, ossia il solito rimpallo di dichiarazioni di questo o quello, nel caso uno scontro al testosterone tra Grillo e Renzi  e non mi dispiace affatto che Metro invece abbia preferito dare rilievo ad una notizia che riguarda le donne e il dibattito vivo all’interno di una Chiesa, purtroppo non la nostra, sulle questioni di genere. Il titolo poi, pari opportunità, descrive un fatto, per alcuni persino una buona notizia, per me lo è, mentre per te non lo è.  Ma in ogni caso una notizia che racconta un cambiamento in atto.

Venendo al mio commento, inutile girarci intorno, un po' mi fa male che a te, filosofa e maestra di pensiero, non sia piaciuto. Se tocca spiegare quello che si voleva dire, evidentemente non ci si è spiegati bene. Però il tema è importante e ci riprovo. Pensavo di aver scritto una piccolissima cosa che con una rappresentazione plastica, cioè la difficoltà che ancora abbiamo a coniugare parole e ruoli inediti per le donne (vescovo, vescova, cappellano, cappellana), raccontasse l’esperienza sideralmente diversa dalla nostra quotidianità di una donna immigrata che in Gran Bretagna forse diventerà vescova. E come questa difficoltà linguistica nasconda una resistenza oggettiva, non mia ma collettiva, a pensare in un modo “differente” e aggiornato i ruoli e il posto delle donne all’interno della società. Sbaglio? 

Che non sia un problema solo mio, lo testimonia la pubblicazione di un manuale rivolto a chi si occupa di comunicazione come “Donne, grammatica e media” a cura dell’associazione di giornaliste Giulia, stilato dalla linguista Cecilia Robustelli che ho intervistato sempre per Metro, due giorni dopo (una pura coincidenza). Chi fa il duro sporco lavoro di cronista, lo sa: fuggire dagli stereotipi, dalle scorciatoie linguistiche più rapide e “orecchiabili” impone una disciplina e uno sforzo costante di vigilanza su se stessi e sugli altri, perché nella vita reale è un continuo e velocissimo andare avanti e indietro tra nuovi ruoli e vecchie parole, tra forzature linguistiche  e resistenze. Raccontare questa difficoltà onestamente in un articolo su un giornale popolare serve semplicemente a portare in primo piano un problema vero, concreto e francamente credo non così agilmente liquidabile come una mancanza di coraggio o peggio come un “mio nascondermi” dietro i provinciali standard  italiani. Direi anzi il contrario.

Con immutata stima e ammirazione


Paola Rizzi