lunedì 8 dicembre 2014

Il Califfato tra barbarie e modernità

Improvvisamente ai confini dell'Europa abbiamo scoperto la minaccia terrificante dell'Isis, qualcosa che non solo i meno avveduti di noi non avevano mai sentito nominare, il male assoluto alle porte di casa. In realtà, naturalmente, le cose non stavano così. Come spiega bene l'economista ed esperta di terrorismo internazionale Loretta Napoleoni nel suo ultimo libro, (Isis. Lo Stato del terrore, Feltrinelli, pagine 144, euro 13), l'Isis rappresenta l'ennesimo esempio della serpe coltivata in seno, del gruppo terrorista foraggiato in questo caso probabilmente dai paesi del Golfo, Arabia Saudita e Kuwait, nel caos della guerra civile siriana e poi sfuggito di mano. La tesi di Napoleoni però va oltre e ci invita a guardare l'Isis da un punto di vista diverso. Nel cuore della sua “modernità”.  



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Pubblicato su Metro  il 24 novembre 2014

venerdì 7 novembre 2014

A Madia le molestie a mezzo stampa

Inizio questo post con un errata corrige: nel testo pubblicato su Metro mi è sfuggito un grave errore di grammatica, alla quinta riga la versione corretta è “la ministra Madia”. Ovviamente. 

Calippo sì. Gelato no? Verte tutta attorno a questo stringente interrogativo la querelle sul politically correct lanciata dal direttore di Chi Alfonso Signorini in risposta alle palate di indignazione (oltre ad un procedimento disciplinare dell’ordine dei giornalisti) per le due pagine dedicate dal suo giornale ad alcune foto rubate del ministro Madia mentre mangia un cono gelato in macchina, con il titolone: “Ci sa fare col gelato”.  Fine. Tragicamente inchiodato all’unico doppio senso possibile.
Signorini è sottile, fa finta di non buttarla in politica e si limita a demolire la Madia semplicemente perchè donna. Nell' uso talvolta disinvolto delle quote rose a destra o a sinistra, poi alla fine, quando si vuole colpire duro, si finisce sempre per colpire sulla pelle della quota rosa medesima, ridimensionata a pura femmina, quindi zero nella graduatoria del bullo. E per quanto sottilizzi e mi sforzi, giuro, di sintonizzarmi sull’allegro cazzeggio del trash, non riesco a trovare nessun argomento contrario alle ovvie accuse di sessismo e volgarità, di peso e misura uguali alle battutacce che ognuna di noi si becca nella sua vita semplicemente camminando per strada, come ha ben documentato il video virale di Hollaback, in cui si vede una ragazza molestata 108  volte in dieci ore mentre passeggia per New York.

Commenti volgari, doppi sensi fuori contesto fino alle pacche sul culo, sono cose a cui tutte noi siamo abituate, il brodo di “cultura” sessista nel quale abbiamo sguazzato e ci siamo dovute fare largo. Il fatto che queste cose capitino tutti i giorni non le derubrica dalla categoria di “molestia”, men che meno oggi che pure il legislatore ha cercato di metterci una pezza. A mezzo stampa poi la molestia è più grave.
E la storia di Francesca Pascale che lecca il calippo a teleCafone immortalata in una foto su Oggi, che secondo Signorini sarebbe la stessa cosa, in effetti non lo è perché la Pascale si è messa in posa e si è pure divertita. Il moralismo non c’entra nulla e nemmeno il buon gusto. Ma la deontologia sì, parola vecchia ma ancora socialmente utile e non rottamata. Il mondo è cambiato e il sessismo come formidabile arma di distruzione di credibilità delle donne va messo definitivamente al bando, come le bombe a grappolo.
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Pubblicato su Metro il 6 novembre 2014

mercoledì 8 ottobre 2014

L'Opera di Roma nell'era della Grande Rottamazione


Al giorno d’oggi conta il marketing,  se non godi di buona stampa, di una good reputation, sei fregato. E certo su questo piano se la sono proprio giocata male vecchi armamentari anni '70 come gli ipersindacalizzati cori e orchestre dei nostri disastrati enti lirici, facilmente predestinati a cadere sotto la  scure della Grande Rottamazione. Come dimenticare la protervia dell’indennità spadone richiesta dal corista per indossare in scena una spada realisticamente pesante, o l’indennità trasferta da Roma a Caracalla?  E l’indennità lingua per cantare  in russo? La verità è che nella vicenda dell’Opera di Roma, con il quasi licenziamento in tronco delle maestranze artistiche, queste hanno plasticamente fatto la parte del vaso di coccio in un gioco più grande di loro.  Perché è vero che gli enti lirici sono alla canna del gas e l’Opera di Roma di più, ed è vero che da decenni si tenta in modi più o meno occulti e finora inefficienti di privatizzarli, ma l’accelerazione di questi giorni segna un prima e un dopo. Stiamo assistendo ad un cambio di paradigma: ciò che prima era impensabile ora lo è, si può avere un teatro senza coro e orchestra in pianta stabile, si può licenziare in tronco una compagine artistica e nessuno di quelli che una volta avrebbero alzato barricate dice niente, imbambolati come siamo tutti da una crisi infinita e terrorizzante.


Non era un passo obbligato: qualcuno dovrà spiegare perché ha vinto la strada della rottura, allestita dal tempestivo abbandono di Muti, quando solo una minoranza di coristi e professori d’orchestra contestava un accordo possibile. Minoranza che ha fatto il gioco di un progetto più ampio, del resto espresso senza reticenze dal Ministro Franceschini, ossia avere in tutti i teatri maestranze artistiche a contratto. Col doppio vantaggio di diminuire costi e conflittualità, oggi così fuori moda. È un bene, un male? Forse è persino un bene l’obiettivo, prestigiose orchestre a contratto ci sono in tutto il mondo.  Ma certamente un male è la strada per ottenerlo. Come nella estenuata discussione su articolo 18, jobs act e annessi, anche in questa vicenda emerge che il peso e in fondo la “colpa” della grande crisi e delle singole crisi, ricadono sulla funzione lavoro. Nel caso dell’Opera di Roma poi nemmeno su tutta, perché mica si sono licenziati gli amministrativi, i quadri, mica si è chiesto conto a dirigenti e soprintendenti vecchi e nuovi,  probabilmente politicamente meglio introdotti, che certo qualche corresponsabilità nel buco di 30 milioni ce l’hanno. Che il lavoro come lo abbiamo conosciuto finora sia l’anello della catena destinato a saltare per farci stare poi tutti meno tutelati ma più contenti è il grande totem ideologico brandito con formidabile pervicacia dal Renzismo.  Speriamo che sia vero.
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Pubblicato su Metro il 7 ottobre 2014


giovedì 2 ottobre 2014

Si crea lavoro investendo in formazione


«In un anno in Germania in media ogni lavoratore fa 24 ore di formazione lavoro, in Italia un'ora e mezzo. Meglio di noi fanno tutti gli altri Paesi europei, salvo il Portogallo. Ecco qual è la vera differenza di sistema. Non l’articolo 18». Detto da Carlo Barberis, organizzatore di ExpoTraining, (www.expotraining.it), la fiera della formazione aziendale e professionale (settore che fattura 3 miliardi) che inizia oggi a Milano, può sembrare scontato e di parte. Ma Barberis assicura che non è così: «Cambiare l’articolo 18 appartiene ad un vecchio modo di pensare, ad un vecchio paradigma».


E quale sarebbe invece il nuovo paradigma da applicare in tema di lavoro? 
Cito l’Ocse che ha introdotto il concetto di capitale umano nel calcolo della ricchezza di un paese. Capitale umano vuol dire conoscenza, competenza, abilità: un anno in più di formazione si traduce in un 5% in più di pil.  

Noi invece siamo indietro.
Indietrissimo. Solo il 18% delle aziende fa formazione ed è un male perchè è dimostrato che quelle che vanno meglio sono proprio le aziende che aumentano le competenze dei loro dipendenti. Tra l'altro per lo più a costo zero: su 3 miliardi 2 e mezzo vengono dal pubblico. Dico di più: dovrebbero pagare di più di Irpef le aziende che non fanno formazione continua perchè creano un danno sociale. 

Quindi c’è un deficit della classe imprenditoriale. 
Assolutamente sì.

E i lavoratori?
Soffro quando i lavoratori cercano di mantenere in piedi aziende bollite. Devono puntare a formarsi nuove competenze. 

 Lei però parla a nome della categoria dei formatori, che non è esente da critiche. Ci sono dei bei carrozzoni.
È vero: siamo noi i primi a chiedere di normare meglio il settore, dare patentini con criteri certi .

Vede nel governo più sensibilità al problema?
A parole sì. La realtà è che ad ora il raccordo tra scuola, lavoro e formazione è inesistente. In Germania con la riforma del 2003 hanno introdotto anche una pianificazione territoriale: è inutile formare odontotecnici se in quella provincia richiedono saldatori. E che le parole non bastino lo si vede da come sta andando Garanzia giovani, che doveva connettere giovani non occupati e lavoro. Siamo alla fine del 2014 ed è tutto fermo, per la farraginosità della burocrazia. Rischiamo che il miliardo e mezzo stanziato per l’operazione torni a Bruxelles.
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pubblicato su Metro il 1 ottobre 2014