domenica 26 aprile 2015

Giandante x, l'artista resistente


Foto segnaletica del 1942, archivio centrale di Stato, casellario polizia politica
A volte dici le coincidenze: nel 2006 ho ricevuto in eredità un quadro di un certo Giandante X, mai sentito nominare prima: un paesaggio montano lugubre e visionario. Dopo qualche ricerca in rete ho scoperto inaspettati collegamenti: uno dei suoi più grandi sostenitori era stato Dino Formaggio, partito operaio e diventato artista e soprattutto meraviglioso filosofo, allievo di Banfi, professore di estetica, il mio professore, quello con cui mi sono laureata. Giandante X poi si era occupato per decenni di grafica e propaganda, producendo intensamente per l’Unità, dal ‘25 al ‘27. Giornale dove, in altra era geologica, ho lavorato per molti anni. Come potevo non averlo mai sentito nominare? Potevo, io come tantissimi altri.

Gran parte di questa ignoranza dipende dalla vita borderline e dal carattere decisamente ostico di Giandante, a cui proprio in questi giorni, in occasione del 70esimo della Liberazione sia l’Anpi che la Fondazione Corrente dedicano due personali, incentrate soprattutto sulla sua attività di artista militante e “resistente”. Perché Giandante X, prima ancora che pittore, scultore, architetto, grafico, poeta e filosofo, è stato metà anarchico e metà comunista, ma soprattutto un antifascista, un guerrigliero che non aveva difficoltà a mettere mano alla pistola quando necessario, attitudine per la quale ha pagato un prezzo durissimo frequentando le galere di mezza Europa. In un altro momento sarebbe stato forse un bohemienne, un hippy, ma essendo nato nell’anno 1900, con di mezzo il fascismo e la guerra, le cose per lui andarono in un altro modo.
A ricostruire parte del mistero di questo personaggio inclassificabile della scena artistica milanese ha contribuito recentemente un romanzo-saggio, Giandante X, di Roberto Farina pubblicato da Milieu. Ma mettere assieme tutti i tasselli è un impresa tuttora difficile. Partiamo da quella X. Al secolo il suo nome era Dante Pescò, milanese di famiglia benestante, suo padre aveva una fabbrica tessile e non amava particolarmente l’arte. A 16 anni Dante scappa da quell’ambiente piccolo e soffocante per dedicarsi alle sue passioni, l’arte e la politica, vivendo con pochissimi mezzi.
Basta guardarlo negli occhi nei pochi ritratti per leggervi un destino: magro, sguardo febbrile e duro, che spaventa un po’ le donne, che nella sua vita vanno e vengono, ma resistono poco. Da ragazzo povero per scelta si veste sempre con un maglione, pastrano militare e scarponi chiodati comprati per pochi soldi. Il nome d’arte è una sintesi delle sue scelte di vita: Giandante è una variazione di Viandante, la X cancella il suo cognome, la sua origine borghese. 
Giovanissimo produce tantissime opere, sperimenta tutti gli stili sempre in senso figurativo: dalle sculture di cemento alle pitture, dalla grafica alla ceramica, partecipa ad importanti mostre, viene spesso premiato, a 20 anni è il più giovane architetto italiano, gli offrono persino una cattedra, ma lui rifiuta, refrattario ai vincoli. Rifiuta per lo stesso motivo di entrare nella commissione urbanistica di Milano. Insomma ha successo, non è affatto un emarginato, è l’originale del gruppo e frequenta Sironi, Carrà, Sassu, Manzù, si avvicina alla movimento di Corrente.
Se mai si autoemargina: la sua idea dell’arte è totale: “Un quadro in ogni casa” è il suo motto, e la sua idiosincrasia per il mercato dell’arte è assoluta: quando secondo lui le gallerie vendono a prezzi troppo alti le sue opere lui si piazza all’ingresso e offre i suoi lavori a metà prezzo o anche meno, a volte le regala. Ha una produzione impressionante, inflaziona il mercato. È chiaro che non goda di buona reputazione nel mondo dei galleristi.

L’arte e l’antifascismo sono i due poli della sua vita, in una sorta di specchio del futurismo a cui si era avvicinato agli inizi salvo scapparne quando Marinetti e i suoi avevano sposato la causa fascista. Il suo antifascismo non è solo ideologia, è fatto di azioni e armi ben oliate: collabora attivamente alla formazione combattente degli arditi del popolo, un gruppo clandestino che cerca di contrastate con azioni militari le squadracce fasciste.
Nel ’22 gli arditi vengono sciolti e allora lui stesso, artista con la pistola, fonda le Cappe nere, gruppo “di pensiero azione e forma” che si addestra in un sotterraneo in piazza Duomo. Quando il padre muore, rinuncia all’eredità ma gli arrivano comunque ventimila lire che spende in due giorni: regala duemila lire all’amico Leonida Repaci e il resto se ne va in libri e rivoltelle. Ma qualcuno delle Cappe lo tradisce e comincia il suo calvario nelle galere fasciste: lo arrestano, lo torturano, lo rilasciano, ogni volta che a Milano arriva un gerarca, lo riarrestano.
Nel ‘33 scappa in Francia. Nel ’36 va a combattere in Spagna. In realtà il lavoro principale che gli assegna il capo delle brigate internazionali Luigi Longo è realizzare migliaia di volantini di propaganda per il fronte popolare. Ed è lì che conosce Giovanni Pesce, il leggendario Visone, comandante dei Gap, di cui resterà amico tutta la vita.
Ad un certo punto la radio fascista diffonde la notizia della sua morte in battaglia. A Milano l’ambiente artistico piange la perdita di un Grande. E quindi le quotazioni delle sue opere decollano. Solo che lui non è morto. E quando riapparirà alla fine della guerra come un fantasma lo shock sarà forte, soprattutto per quelli che avevano contato di far bei quattrini grazie alla sua dipartita. Invece, mentre a Milano piangono e onorano il genio, dopo la disfatta del Fronte popolare, tra il ‘39 al ‘43 Giandante soggiorna nei campi di concentramento allestiti dai francesi per gli esuli di Spagna. E non sta con le mani in mano.
Ci sono fotografie che mostrano le sculture che realizzava per i suoi compagni di prigionia con fango e paglia, una con un gran faccione di Garibaldi. Riconsegnato all’Italia finisce al confino ad Ustica, poi nel campo di prigionia di Renicci Anghiari, fino all’8 settembre quando torna a Milano e collabora con la Resistenza. Ed è alla fine della guerra che incontra Dino Formaggio, allora giovane segretario della casa della cultura e gli regala centinaia di disegni perché li venda e raccatti soldi per il partito, “che ne ha bisogno”.
Nel dopoguerra fino alla morte, nel 1984, vive in un grande seminterrato in via Senato pieno di libri e quadri, segue sporadicamente la vita culturale e artistica milanese, ma si isola sempre di più. Va spesso dai Pesce, i suoi amici raccontano che lo vanno a trovare ma lui non apre nemmeno la porta, qualcuno gli lascia da mangiare fuori sul pianerottolo. A volte va ai mercatini dell’antiquariato e lì compra libri e svende i suoi quadri, ora quasi tutti paesaggi montani, vasi di fiori e grandi ritratti incandescenti di volti che sembrano Cristi, coloratissimi e insieme lugubri. Muore solo e a pagare il suo funerale sarà Giovanni Pesce.

Un brevissimo filmato della Rai del ‘64 lo mostra in un salottino, piccolino e incravattato ma dallo sguardo ancora incendiario a rispondere alle domande di un giornalista: cosa ne pensa della pop art? «Mi sento impossibilitato a pensarla». L’arte è sociale? «L’arte è anche sociale, quando è arte».
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Pubblicato su Cultweek 

mercoledì 8 aprile 2015

Storie di padri potenti che inguaiano i propri figli

Per noi figli di nessuno vedere come i padri illustri per troppo amore inguaino i figli e alla fine anche se stessi fa male al cuore. 
 Nel caso di Lupi fa specie, proprio lui che si è più volte vantato di venire dal nulla, figlio di operai, fattosi tutto da solo imboccando giovanissimo con brillante intuito l’autostrada per la gloria targata cielle.  Poi però core de papà ti frega: il piccolo Lupi pare uno studente brillante, che certamente potrebbe meritarsi ottimi lavori, ma Lupi padre non si fida e, a quanto si sa senza commettere alcun illecito, promuove il cucciolo presso conoscenti che hanno il difetto di lavorare nel mondo delle infrastrutture e degli appalti pubblici, cioè quello di cui lui è il massimo referente politico. 
Anche per Antonio Acerbo, ex vicecommissario Expo indagato per le vie d’acqua e ora per padiglione Italia, la preoccupazione maggiore era sistemare il figlio sempre nell’ambito delle conoscenze di papà, ossia presso una delle appaltanti di Expo. 
Il più celebre  e conclamato caso di autolesionismo paterno fu quello di Umberto Bossi che spinse l’immeritevole figlio Trota fino all’inverosimile, con inevitabile e rovinosa caduta di entrambi.
 Nell’Italia paladina della famiglia tradizionale, solo quella, perchè tutti gli altri modelli sono immorali, ha grande successo il familismo amorale, neologismo felice che descrive quella tendenza a subordinare tutto al bene dei propri cari, un bene privato superiore al bene pubblico e tale da giustificare ogni compromesso morale. La famiglia innanzitutto. Ma solo la mia.

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Pubblicato su Metro il  19 marzo 2015 con il titolo “Festa del papà, Lupi e lupacchiotti” 

domenica 8 marzo 2015

L'8 marzo non mi piace ma serve


L'8 marzo non è una giornata che mi entusiasma, anche se penso che sia comunque utile. Oggi farò outing. Nella mia famiglia, con madre casalinga, nessuno ha mai dubitato che noi figlie femmine dovessimo farci strada nel mondo del lavoro. Quando mi sono sposata, già piuttosto stagionata, mia madre non mi ha detto: “Finalmente” ma: “Sei sicura?". Non so cucinare, sono una frana nelle attività domestiche, non avendo figli non mi sono nemmeno dovuta esercitare nella cura della prole. Con l'uomo che divide la vita con me non si è mai posto un problema di ruoli, se no probabilmente ne avrei scelto un altro,  tutti facciamo tutto e siccome lui cucina meglio di me, cucina lui, e anche la spesa meglio se la fa lui. Non sono quindi una superdonna, sono molto imperfetta e atipica.  Sul lavoro diciamo che non credo di essere stata drammaticamente ostacolata dal mio sesso, non ho mai sentito un peso schiacicante del pregiudizio: ho incontrato un sacco di stronzi che mi hanno messo i bastoni tra le ruote e forse come pretesto hanno usato anche un becero maschilismo, ma ho incontrato anche belle persone maschi e femmine che mi hanno insegnato tante cose, come dicono gli americani mi hanno ispirata.  Devo essere stata molto fortunata.  

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martedì 24 febbraio 2015

La storia dimenticata di un uomo esemplare, Roberto Lepetit, industriale partigiano

Roberto Lepetit con la moglie Hilda e i due figli.






Ci sono vicende che per qualche misteriosa congiura delle circostanze restano nascoste, sepolte per decenni, custodite solo dal ricordo di pochi. Eppure gli ingredienti per farne una storia “di successo” ci sono tutti: profilo brillante del protagonista, un magnate dell’industria, il coraggio al limite della temerarietà, eccezionalità delle sue imprese al servizio della causa partigiana, fino ad un epilogo tragico e ancora per certi versi irrisolto.

La vita di Roberto Lepetit, industriale della chimica morto a 39 anni nel campo di concentramento di Ebensee il 4 maggio del 1945 sembra pronta per diventare un soggetto cinematografico per celebrare la storia di un uomo esemplare,  ma solo ora ritrova il suo filo narrativo nel saggio di Susanna Sala Massari , “Roberto Lepetit. Un industriale nella Resistenza. Archinto, p 298, 17 euro), che ricostruisce un’esistenza vorticosa, prima al servizio dell’impresa di famiglia e poi della Resistenza.  Il libro raccoglie moltissimi documenti restituendo una storia complessa  e lasciando aperti i punti più controversi: chi  tradì Lepetit? Fu fatto davvero tutto per salvarlo o qualcuno remò contro?

Ma partiamo dall’inizio. Le poche immagini mostrano un uomo dal sorriso franco sempre elegantissimo, scriminatura e brillantina, anche in vacanza sui prati di Cervinia con la moglie Hilda e i due figli piccoli Emilio e Guido. Roberto fin da giovanissimo è alla guida dell’azienda chimica fondata nel 1868 dal nonno. La famiglia Lepetit gravita tra Francia e Svizzera prima di stabilirsi in Italia. In seguito  la Lepetit diventa Ledoga, acronimo di Lepetit, Dollfus e Gannser, gli altri soci. E’ un grosso gruppo, con 16 stabilimenti e una rete commerciale internazionale, partito dai coloranti e poi sempre più orientato sui farmaci, soprattutto durante la gestione di Roberto. Un’azienda che Lepetit governa con piglio da capitano d’industria, centrato, diremmo oggi, sull’innovazione.
Il fascismo non gli piace, prende la tessera del partito per necessità legate ai suoi incarichi negli organismi imprenditoriali di rappresentanza,  ma nel 1942 viene espulso  dai Fasci per la sua evidente e mai nascosta insofferenza e avversione.

Le cose cambiano in modo radicale dopo l’8 settembre, quando Lepetit non esita un istante a decidere da che parte stare, una scelta nella quale mette tutto se stesso, le sue risorse e anche la sua impresa.  Una cronaca efficace e brillante di quei giorni tumultuosi  la racconta lui stesso in una lettera ad un amico di famiglia.

“Ti rifaccio la breve storia di questi ultimi tempi.
 
Lunedì 6: calata in furgone da Cervinia a qui
 
Mercoledì 8 mia andata a Milano

Giovedì 9 prime reazioni alla nuova situazione
 
Venerdì 10 sparatorie a Milano e avanzata delle truppe tedesche. Proclama Ruggero
 Sabato 11 invasione tedesca
 
Dom. 12 viaggio avventuroso Milano Garessio (nel cuneese, dove ha sede uno degli stabilimenti più importanti ndr)

Lun 13 presa in mano situazione Garessio. Conferenza a tutti i dipendenti. Fermata stabilimento. Nei giorni seguenti: studio per assicurare vitto e soldi (che sono scarsissimi) a tutti. Ieri poi a Torino conferenza con Guido (Zerilli) e Fichera per accordarci sul da farsi.
 Faccio di tutto in questi giorni anche le cose più impensate! Si vive in continua ansia. Qui la situazione nei primi giorni è tranquilla, nei dintorni- nelle vicinanze ci sono state sparatorie  e centri di resistenza. Pare che a Cuneo una divisione degli alpini continui a resistere.
Le montagne della nostra valle sono piene di fuggiaschi e di ex prigionieri. Sono in stretto contatto con un cappellano che fa miracoli-poveraccio!”

Lepetit aderisce al partito d’azione e collabora con il Cln in molti modi, inviando soldi, mezzi, documenti, medicinali. A Garessio si occupa di aiutare 360 ufficiali jugoslavi fuggiti da un campo di prigionia che si nascondono nelle casette sparse nei boschi dove vengono essiccate le castagne da cui l’azienda estrae il tannino. Porta lui stesso ai fuggiaschi cibo e indumenti, aiuta gli ufficiali a scappare in Svizzera o li mette in contatto con la Resistenza. Nel frattempo nella zona ci sono continue scorribande tra tedeschi e partigiani. Lepetit è in contatto diretto con i comandanti delle brigate e offre il suo supporto logistico. Il suo impegno non diminuisce quando si sposta vicino a Milano, perché per lui la situazione in Piemonte si è fatta pericolosa.  Tra mille azioni rischiose, Lepetit collabora alla missione Gbt, dal nome di  Giovan Battista Tolleri, capo dei servizi segreti badogliani in missione nell’Italia occupata, e ospita nei pressi di una sua villa una radio di collegamento con gli alleati.

Tutte le testimonianze restituiscono l’immagine di un uomo senza paura. Fa costruire 100mila cappelli da prete, ossia grossi chiodi per azioni di sabotaggio dei convogli tedeschi. Si  occupa di trasporto di armi e di partigiani feriti.  In un caso dà addirittura a un fuggiasco un suo documento come copertura. Un coraggio che a volte rasenta l’imprudenza e non tutti nella sua azienda, spesso da lui coinvolta in azioni di supporto,  condividono.  Il suo arresto avviene il 29 settembre 1944, nella sede di Milano dell’azienda progettata dall’amico Giò Ponti, in via Carlo Tenca. Da quel momento la vicenda di “Roby”  sembra sfuggire di mano.  Passa prima all’Hotel Regina, il comando delle SS,  dove viene interrogato duramente, poi a San Vittore. In molti sembrano mobilitarsi per tirarlo fuori di lì, dal suo manager Guido Zerilli, ad altri personaggi più ambigui, come lo spregiudicato doppiogiochista Luca Osteria, il “dottor Ugo”, agente segreto e insieme uomo della Gestapo a Milano che tra l’altro contribuì alla liberazione di Ferruccio Parri e Montanelli. Ad un certo punto Zerilli stoppa gli altri tentativi perché, dice lui, ha un contatto migliore. Ma Lepetit viene trasferito al campo di Bolzano. Qualcosa è andato storto e il libro riporta il dubbio di molti che in realtà davvero non fosse stato fatto tutto il possibile per liberarlo.
Roberto con Hilda

“Mia carissima Hilda, eccomi nel campo di concentramento dove siamo giunti ieri sera alle ore 20 dopo 66 ore (3 notti e 3 giorni) di viaggio in carro bestiame stivati come acciughe. Non era certo piacevole soprattutto ieri senza mangiare e senza bere neppure un goccio d’acqua. Ma ho superaro bene anche questa prova. Qui siamo sistemati bene…Appena giunti ci hanno tosato”. Nelle lettere da Bolzano, quasi tutte alla moglie, Lepetit mantiene sempre un tono lieve, da uomo di mondo, anche nei momenti di maggior sconforto, che però via via prendono il sopravvento. Come quando scrive: “Il terrore è andare più a Nord di qua”.  Nel campo  aiuta sempre tutti come può e si dà da fare per creare un dispensario di farmaci anche nella speranza che questo gli permetta di non andare “a Nord”. Ancora una volta non vanno a buon fine i molteplici tentativi per liberarlo. Il 21 novembre 1944, viene trasferito a Mauthausen e poi a Ebensee, dove muore probabilmente di tubercolosi.




La Croce di Giò Ponti a Ebensee 

Ad Ebensee  nel 1948 la moglie Hilda fece realizzare da Giò Ponti una croce monumentale dedicata, come recita l’iscrizione, “Al marito qui sepolto compagno eroico dei mille morti che insieme riposano e dei milioni di altri martiri di ogni terra e fede…”.
All’inizio della sua corsa senza incertezze verso il suo destino, Lepetit, inossidabile nei suoi principi, lasciò un giudizio severo sui suoi colleghi di quegli anni: “I Pirelli, i Donegani, gli Agnelli meriterebbero una censura esemplare per avere consegnato l’industria italiana al fascismo e per il doppio gioco che avevano sempre fatto, aiutando i fascisti da una parte e i comunisti dall’altra”.

di Paola Rizzi

©Riproduzione riservata

Pubblicato sul sito dell'Anpi 

qui un altro articolo su Lepetit uscito su Cultweek