mercoledì 11 giugno 2014

Il vaffa che piace a me

Questa è la copertina di Metro, il giornale su cui scrivo, dedicata al sindaco di Casal di Principe, Renato Natale, e al suo vaffanculo liberatorio al clan dei Casalesi contro cui combatte da una vita. Se la merita


giovedì 5 giugno 2014

Se due indizi fanno una prova

Se due indizi fanno una prova, la sequenza ravvicinata di scandali Expo-Mose dovrebbe costituire l’evidenza grande come una Grande Opera che l’illusione nella quale ci siamo cullati per qualche settimana (Tangentopoli non è tornata, sono episodi singoli, i soggetti non rappresentano un sistema) era appunto un’illusione. Abbiamo innestato la marcia indietro della macchina del tempo e ci siamo ritrovati nel mezzo di Mani pulite, solo in una versione “più sofisticata” come ha detto ieri il procuratore Carlo Nordio. Una versione dove, per esempio, accanto a imprenditori, faccendieri, politici di vario livello e diversi colori, ipotesi di reati di finanziamento illecito ai partiti come ai bei vecchi tempi, compaiono anche generali e uomini legati alle forze dell’ordine, con il compito di organizzare una rete di controspionaggio su eventuali inchieste della magistrature. A dimostrazione che almeno qualcuno, “i cattivi”, dell’esperienza di Mani pulite ha fatto tesoro e le cose non succedono invano. 

A tenere insieme il passato e il presente, Milano e Venezia, in un corto circuito che sembra scritto da un mediocre sceneggiatore, la figura dell’imprenditore Piergiorgio Baita, manager della Mantovani Spa, grossa impresa costruttrice impegnata nel Mose, fino al  suo arresto, l’anno scorso e pare gola profonda dell’inchiesta: la Mantovani Spa è anche, tuttora, l’azienda appaltatrice della piastra di Expo. E Baita si era fatto le ossa nel 1992 ai tempi della Tangentopoli veneta: arrestato, ne uscì prosciolto ma pare anche allora dopo aver raccontato per filo e per segno il “sistema”.  Adesso molti esponenti politici di primo piano sottolineano che i protagonisti di questi scandali sono residui di un vecchio mondo. Che però, a quanto pare anche nel mondo nuovo ha chiacchierato poco e lavorato molto, operoso e professionale, sempre presente nei posti giusti al momento giusto, favorito dall’abitudine “criminogena” come ha detto ieri Cacciari di lavorare sulle Grandi Opere in emergenza e in deroga. L’impressione è che questo giro ce lo siamo perso e che supercontrollori ex post come Cantone al massimo potranno salvare il salvabile. Però, per il prossimo giro, almeno una legge sull’anticorruzione come si deve ce la dovremmo meritare.
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Pubblicato su Metro il 5 giugno 2014

martedì 3 giugno 2014

Il 2 giugno fuor di parata


Il miracolo italiano

Piccola tardiva riflessione sul 2 giugno.  Per una qualche forma di contraddizione della storia da sempre la festa della Repubblica è associata alle parate: fanfare, carri armati, bersaglieri che corrono (che comunque mi commuovono sempre, chissà perché). E a chi non piacciono le parate, come a me, istintivamente non piace la festa del 2 giugno. È abbastanza sorprendente, anche  se comprensibile (la parata sancisce la dichiarazione di fedeltà  delle forze armate al nuovo ordinamento dello Stato) che proprio una rivista militare serva a celebrare un miracolo avvenuto poche volte nella storia: il passaggio da un ordinamento ad un altro, dalla monarchia alla repubblica, senza versare  una goccia di sangue,  ma solo grazie all’esercizio democratico del suffragio universale. Il 2 e 3 giugno gli italiani votarono per il referendum, come d’abitudine secondo il costume nazionale si spaccarono in due, ma comunque vinsero i favorevoli alla repubblica, 12.718.641 voti contro 10.718.502 e una decina di giorni dopo i Savoia fecero le valigie e se andarono. Certo, molto, moltissimo sangue era già stato versato negli anni precedenti.  Ma resta il fatto di come i giganti padri fondatori di allora furono capaci di transitarci da un sistema all’altro e di un’Italia capace di rigenerarsi attraverso un atto fondativo, simbolico  e anche bello.
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Pubblicato su Metro il 3 giugno 2014

venerdì 30 maggio 2014

Nicolai Lilin racconta una favola feroce sul Caucaso e denuncia il mattatoio ucraino

Nicolai Lilin, foto di Stefano Fusaro.
In un Caucaso feroce, attraversato da bande di terroristi senza ideali e spie senza morale, l'ultimo avamposto dell'umanità è uno sperduto villaggio dove cristiani e musulmani convivono grazie ad un patto antico, ora minacciato dagli appetiti dei trafficanti di droga. Simbolo della resistenza due ragazzi, amici per la pelle, che grazie a quel patto sconfiggeranno il male. Nicolai Lilin, tatuatore, militare in Cecenia e poi scrittore anomalo che ha scelto l'italiano come lingua letteraria per raccontare nel celebratissimo “Educazione siberiana” la sua vita ai confini dell'impero sovietico, torna con la favola crudele “Il serpente di Dio”, Einaudi.



È pura invenzione o realtà questo villaggio dove cristiani e musulmani si scambiano simboli sacri per cementare la loro convivenza? 

È una metafora, ma si basa su storie che mi hanno raccontato in Cecenia, la parola che definisce il patto, aganash, culla, è cecena. Questo patto poteva essere siglato in molti modi: attraverso i matrimoni o scambiandosi oggetti sacri. 



Il Caucaso che racconta è un luogo terribile, dove finti terroristi trafficano con mercenari e servizi segreti per interessi criminali.

Sono cose che ho visto. È quello che è accaduto nel nostro paese dove poteri criminali e oligarchi corrotti hanno pilotato delle rivolte per poter fare i propri interessi. Quelli che voi occidentali avete accreditato come movimenti spontanei e invece spesso hanno avuto registi con altre finalità. Come le primavere arabe, si è visto come sono andate a finire in Libia: è vero che prima c'era un dittatore, ma adesso? In più voi, anzi noi italiani, ci siamo fatti soffiare i contratti del gas e petrolio, e ora rischiamo di fare la stessa cosa compromettendo i rapporti con Putin sulla vicenda ucraina.



Sul web lei ha diffuso immagini crude dei massacri in Ucraina, accusando la stampa occidentale di prendere per buona solo la versione di Kiev pro Europa che vuole liberarsi del giogo di Putin. Ed ha subito anche minacce. 


A me Putin non sta simpatico, ma in Ucraina la verità è che si sono mosse forze oscure, anche formazioni paranaziste, per fomentare la tensione con un golpe e rompere l'asse con la Russia per interessi geopolitici che nulla hanno a che vedere con ciò che vuole la gente, che poi ne fa le spese. È una lezione che ho imparato a 12 anni, nascosto in cantina mentre bombardavano la mia città Bender, nazionalisti moldavi da una parte e filorussi dall'altra. Il rischio in Ucraina è la balcanizzazione. 



Ma lei ha nostalgia dell'Unione sovietica?

Ho perso 17 familiari durante il regime, quindi no.  Ma ho nostalgia di un sistema. La democrazia è un bel concetto ma non è quello che vedo all'opera in quel pezzo di mondo. Nel mio libro i ragazzi protagonisti incarnano un modello di condivisione di valori diversi. Ecco, quello è il mio ideale. Con Dio nell'anima, la patria nel cuore  e il vento nella testa, come diciamo noi.



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Pubblicato su Metro il 29/05/2014