giovedì 4 aprile 2019

Chiara Vigo e il segreto del bisso, la seta di mare



Nel 2001 un giapponese le offrì per un suo arazzo due miliardi e mezzo.  Ma nel sistema di valori di Chiara Vigo il denaro non vale niente: «L’arte non si vende,  si dona e si conserva». Vigo, 64 enne di Sant’Antioco in Sardegna, una via di mezzo tra una sciamana e una scienziata, è l’ultimo Maestro del bisso, fibra preziosa tratta dalla pinna nobilis, conchiglione bivalve  lungo fino ad un metro e mezzo che produce una bava con cui si aggrappa al fondale, che pulita e trattata si trasforma in un seta preziosa  con cui si tessevano le vesti dei re. Un  suo ricamo del 1996 “Il leone delle donne” è stato esposto alla mostra Broken Nature, fulcro della 22esima Esposizione internazionale della Triennale di Milano dal primo marzo fino a settembre.  Un altro ricamo, un’ape di oro e bisso costituirà il terzo premio del concorso internazionale indetto dalla Triennale che mette al centro il rapporto tra design, natura e sostenibilità ambientale. Un tema che Vigo, collaboratrice da anni del Max Planck di Berlino e del Dipartimento di Biologia Marina di Cagliari, conosce bene. «In passato lo sfruttamento intensivo ha rischiato di far estinguere la pinna nobilis, per estrarne la fibra l’animale veniva ucciso. Il protocollo di una pesca sostenibile che ho definito con l’università di Cagliari invece stabilisce quote massime: con 100 immersioni in un bacino di 2 ettari, senza far male all’animale, tagliando solo pochi centimetri di bava  si possono raccogliere 250 grammi di grezzo  che diventeranno 21 metri di filo ritorto all’anno. Non di più».


Poco e a che prezzo?
«Incommensurabile appunto. A meno che non lo si peschi di frodo, come capita purtroppo. Sono 20 anni che chiedo di istituire un’area marina protetta, perché non basta tutelare l’animale se poi è tutto un via vai di barche e di reti. Ma ora la vera preoccupazione è un bacillo che sta attaccando l’animale in tutto il Mediterraneo».
Lei continua a immergersi?
«Non ne ho bisogno, il bisso che mi ha lasciato mia nonna mi basta per 90 anni, andavamo insieme quando ero piccola mentre lei mi insegnava quest’arte antichissima. Ci sono 46 passi biblici in cui è citato il bisso. Ed è  provata una presenza ebraica a Sant’Antioco».
Quanto tempo ci vuole per un’opera finita?
«Dal materiale grezzo alla lavorazione per una tela di 12 per 15 anche 5 anni».

venerdì 8 marzo 2019

Fake chinese girl: la scienziata da record che vuole essere italiana

Riuyao Marika Cai.

É già finita due volte sulla copertina Nature, la prestigiosa rivista scientifica, con i suoi studi sui metodi per rendere trasparenti gli organismi, condotti come neuroscienziata alla Ludwig Maximilian University di Monaco di Baviera, una delle più importanti del mondo per quanto riguarda le malattie neurodegenerative. Il suo topo trasparente ha fatto il giro del globo. Ora, tra le varie sfide che l’attendono, ce n’è una irta di ostacoli, che però non dipendono dalle sue “skills”. “Fake chinese girl”, come  chiamano Riuyao Marika Cai i colleghi nel laboratorio di Monaco, ha chiesto la cittadinanza italiana a luglio 2018, finora senza riscontri, non hanno nemmeno aperto la pratica. E sa che per chiuderla ci potrebbero volere anche 5 anni.
Perché la chiamano Fake chinese girl?
«Nel laboratorio di Monaco ci sono ricercatori da tutto il mondo, anche cinesi ma per tutti sono una cinese atipica, ho un modo di fare, una cultura, una gestualità tipicamente italiane».
E lei come si sente?
«Io mi vedo italiana ma non penso che la cosa sia reciproca, gli italiani mi vedranno sempre come una cinese».
Facciamo un passo indietro: quando è arrivata in Italia?
«A 5 anni, nel 1994. I miei genitori all'epoca lavoravano in un ristorante gestito da italiani a Milano. Ora hanno un'agenzia di viaggi in zona Chinatown. Mia mamma partorì dopo che si era sposata con mio papà in Cina. È stata 5 mesi con me e poi sono stata cresciuta dai  nonni materni e da uno zio in un paesino in montagna nel Zhejiang, da dove arriva la maggior parte dei cinesi in Italia.  Quando ho compiuto 5 anni mio padre è venuto a prendermi. Io non volevo partire, lasciare i miei amici, i nonni. Però una maestra di asilo mi ha convinto».
A Milano ha compiuto i suoi studi. 
«Liceo scientifico Cremona, laurea triennale in biotecnologie alla Bicocca, laurea magistrale in biotecnologie mediche sempre alla Bicocca. E ora dottorato in neuroscienze a Monaco. Ho fatto anche un tirocinio di 4 mesi ad Oxford».
Perchè non è rimasta in Italia?
«Ho capito che se volevo fare carriera dovevo rischiare e uscire dalla mia “comfort zone”. Poi a Milano nel mio campo non sentivo un clima così vibrante anche se mi hanno preparata molto bene». 

sabato 2 marzo 2019

Il giudice Roia sul femminicidio: «Troppe denunce inascoltate»

Simona aveva denunciato il suo carnefice per stalking, ma non è bastato a salvarla dall’uomo che a Vercelli le ha dato fuoco nella sua auto. Anche Marisa aveva denunciato il marito da cui voleva separarsi, perché la minacciava: il 3 febbraio lui l’ha uccisa a coltellate. «Secondo i dati Eures relativi al 2018 le donne vittime di femminicidio nel 42,9% dei casi avevano presentato una denuncia. È un dato molto preoccupante su cui bisogna intervenire a livello legislativo, per agire presto con misure di prevenzione». Di questo è andato a parlare ieri in commissione Giustizia alla Camera, dove sono al vaglio diversi disegni di legge sui reati contro le donne, Fabio Roia, 59 anni, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano, il magistrato che si occupa di violenza di genere, stalking, femminicidio  dagli anni ‘90. Tempi in cui, come racconta nel  suo libroCrimini contro le donne. Politiche, leggi e buone pratiche” (Franco Angeli) si era sentito dire da un uomo che stava interrogando: «Ma dottore, non sapevo che fosse un reato picchiare la propria moglie».

“Secondo i dati Eures

 relativi al 2018 le donne vittime

 di femminicidio nel 42,9% 

dei casi avevano presentato

 una denuncia”

Ancora nel 2019 nemmeno denunciare salva la vita delle donne, com’è possibile dottor Roia?
«Manca una trattazione adeguata della denuncia, non c’è ancora un approccio professionale da parte degli operatori, spesso si tende a confondere la violenza con il conflitto famigliare,  si perde troppo tempo esercitando di fatto una nuova forma di violenza sulla vittima».

venerdì 18 gennaio 2019

La missione di Cristina Cattaneo: ridare un nome ai naufraghi del Mediterraneo


«Se tua figlia fosse morta in un incidente aereo, non vorresti che fosse identificata?» È tutta in questa risposta ad un amico scettico l’impresa immane dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, 54 anni, docente e direttrice del Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense da lei fondato nel 1995 a Milano: dare un nome alle vittime dei naufragi nel Mediterraneo. A partire dalla tragedia del 3 ottobre 2013, in cui morirono 366 migranti davanti a Lampedusa, fino al recupero e il trasporto nella base di Melilli, nel 2016, del barcone con il suo carico di mille morti, naufragato il 18 aprile 2015 nel canale di Sicilia. Cattaneo, nota per casi importanti come quello di Yara, ha voluto ripercorrere in un libro “Naufraghi senza volto” (Cortina Editore, pp. 198, euro 14) quell’impresa resa possibile dalla collaborazione di Marina, vigili del fuoco, 12 università e dall’impegno del commissario straordinario di Governo per le persone scomparse, il prefetto Vittorio Piscitelli (figura unica in Europa istituita nel 2012). Un resoconto drammatico che tra raccolte di resti, catalogazione e incrocio con i dati forniti dai parenti, racconta la migrazione dal punto di vista dei sommersi, direbbe Primo Levi, in questo caso letteralmente. «Ho sentito l’urgenza di scrivere perché restasse memoria di cosa l’Italia è stata capace di fare mettendo la scienza e le nostre competenze al servizio dei diritti umani. Dietro ai morti senza nome ci sono vivi che hanno diritto di sapere che fine hanno fatto i loro cari e l’Italia ha inventato un protocollo, che ora è un modello per tutto il mondo».
Qualcuno di questi tempi potrebbe obiettare che è uno spreco di soldi.
«Al contribuente italiano il nostro lavoro scientifico non è costato un euro, è stato finanziato da fondazioni e privati sensibili alla causa».